Nepal italiano - travellingwithservas by Graziella Martina

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5 luglio 2002 h. 21 Arrivo a Katmandu

All’aeroporto, Ibrahim, Jane ed io siamo assaliti da una torma di nepalesi che ci propongono hotels e guest  houses clean and very cheap. Riusciamo con molta difficoltà a liberarci di loro e soltanto a patto di accettare di prendere uno dei loro taxi. L’autobus, ci dicono, a quest’ora non c’è più. La dichiarazione è avvallata da una guardia, non so fino a che punto incorrotta…
 
Arriviamo alla Marco Polo Guest House, dove ho prenotato per lettera dall’Italia. Il proprietario, preoccupato, ha già telefonato in aeroporto per sapere come mai non fossi ancora arrivata. Semplice: l’aereo aveva due ore di ritardo, Non solo: ci avevano sequestrato le pile delle torce ed abbiamo dovuto percorrere qualche chilometro di aeroporto per recuperarle. Dopo l’assegnazione delle stanze, usciamo a cercare un ristorante. Ma sono le dieci passate ed è ormai tutto chiuso. Io non ho molta fame: “I’ve had a plane dinner”* dico a Jane, la quale, non avendo mangiato il pasto offertoci sull’aereo perché non lo gradiva, si consola ora con un po’ di noccioline, unica cosa commestibile reperibile a quest’ora.
*Gioco di parole con ‘plain’

6 luglio Bodnath

Oggi è il compleanno del Dalai Lama. E’ d’obbligo quindi andare a Bodnath per il festival tibetano. Divido il three wheeler con una svedese che vive a Roma e che è venuta in Nepal apposta per questo festival. Arriviamo là alle nove, c’è ancora poca gente in giro. Ne approfitto per scalare questo enorme stupa. Intanto leggo sulla guida: “… Lo stupa di Bodnath, a 8 chilometri dal centro di Katmandu, è il santuario buddista più grande del Nepal. Originariamente costruito nel VI secolo, nel suo aspetto odierno risale all’XI secolo. Posta al culmine di tre terrazze concentriche a pianta ottagonale, l’enorme cupola di mattoni imbiancati s’innalza a 40  metri d’altezza, sormontata dalla torre che porta dipinti sulle quattro facce gli occhi azzurri e sereni dell’immutabile Buddha.  



Al muro di cinta sono fissati centinaia di mulini di preghiera che i fedeli fanno girare durante la circumambulazione rituale. Il bianco accecante della calce che ricopre tutta la superficie del tempio è spesso macchiato dall’arancione della polvere di zafferano, che viene gettata sulle pareti in segno di devozione. I festoni colorati fissati al culmine diffondono nell’aria le preghiere che verranno accolte in cielo nel momento in cui il sole, il vento e la pioggia le avranno consumate e sbiadite…”
 
Lo spazio sotto il tendone è ora affollato; alcuni di questi tibetani hanno camminato giorni e giorni per giungere qui. Dietro una tenda alcuni gruppi di danzatori stanno indossando i costumi tradizionali. Tutto quello che so sulle danze buddiste sono i nomi, letti su di un testo prima di partire. Eccoli:
 

 
               Saranno sufficienti questi nomi per seguire le danze? Ne dubito!

7 luglio

Sempre più difficile! Dopo le danze di ieri, coreograficamente bellissime, ma dal significato spesso indecifrabile, oggi è di scena l’Epic, una versione nepalese del Mahabharata indiano, mi è parso di capire dalla trama che il responsabile della “Pro Loco” del posto mi ha velocemente raccontato.
Nonostante sia stata messa a parte del contenuto ermetico di questo lunghissimo poema (la recitazione dura più di 5 ore) non riesco a seguirlo. Ci sono dei lunghissimi recitatifs, che, a chi non conosce il tibetano, non dicono nulla. Il colmo è che tra il pubblico c’è un torinese che conosce il tibetano e che potrebbe quindi illustrarmi qualcosa del contenuto, ma è troppo pieno di boria per farlo.
Tra il pubblico ci sono anche centinaia di bambini tipetani: accoccolati per terra, restano tranquilli per tutte le cinque ore. Alcuni si addormentano, alcuni seguono di più il via vai delle persone che non quello che avviene sulla scena (che è molto poco, per la verità), ma nessuno si muove dal posto e gli insegnanti possono chiacchierare tranquilli. Per puro spirito masochistico provo ad immaginare bambini italiani al loro posto…
Anch’io sono maggiormente attratta dallo spettacolo offerto dalla gente che non da quello offerto dagli attori: mi piacciono moltissimo questi tibetani dai pomelli rossi e dall’aspetto da contadini, un po’ rudi (chi si è trovato in una folla di tibetani ne sa qualcosa…), ma così allegri e pieni di vita!


8 luglio Swayambhunath

Oggi è il turno di Swayambu, l’altro grande stupa vicino a Katmandu. Ci vado a piedi, da Thamel sono 20 minuti. Lo vedo brillare, alto sulla cima della collina verde di alberi. E’ il più antico del Nepal, ed è lo stupa dell’Adhi Buddha, il Buddha originario, che si rivelò qui, nella fiamma di un loto.



Secondo la mitologia, infatti il tempio venne edificato nel luogo dove ancora bruciava la piccola fiamma, per custodirla e proteggerla. Le sue fondamenta risalgono a 2500 anni fa, anche se la sua forma attuale è del XIV secolo.
I piccoli santuari e la maggior parte delle costruzioni che coronano la collina sono stati costruiti tra il XVII e il XVIII secolo.
Gli scalini, ripidissimi nell’ultimo tratto, arrivano proprio di fronte al gigantesco vajra, la folgore di Indra, simbolo buddista di potenza indistruttibile. E’ posto su di un piedestallo di pietra, dove sono scolpiti 12 animali, che rappresentano i dodici mesi dell’anno tibetano.



La terrazza è coperta da piccoli templi votivi, una pagoda e numerose statue, ma la parte maggiore è occupata dal grande stupa. Una colossale statua di Buddha ne segna l’entrata.
Costituito da un emisfero di terra e mattoni, il tempio è sormontato da un cubo, sulle cui quattro facce bronzee sono dipinti in rosso, bianco e nero gli occhi compassionevoli del Buddha, il Terzo Occhio della Saggezza ed il naso, il numero uno, simbolo dell’unità.
Ad ognuno dei punti cardinali si trovano le quattro nicchie dei Dhyani Buddha in meditazione. Tutto l’impianto del tempio segue regole che hanno un preciso significato simbolico.



Anche qui una fila di mulini di preghiera, anche qui centinaia di lampade votive che consumano ogni giorno quintali di burro, anche qui simboli indù, pur essendo questo un complesso buddista. E’ la prima volta che vedo questa commistione, ma mi capiterà ancora molte volte di incontrarla.
E’ presto, non ci sono turisti in giro e l’atmosfera è bellissima.
Ci sono uomini e donne che vengono a portare le offerte mattutine ed a pregare. Altri vengono a far celebrare una Puja dall’officinante, che siede per terra, davanti ad uno dei tempietti laterali, munito di riso, fiori, incenso, polverine misteriose… tutta la parafernalia, insomma, necessaria per queste occasioni.
C’è un uomo che spruzza zafferano sui piccoli chaitya. Leggo sulla sua maglietta: EAT DESSERT FIRST, LIFE IS UNCERTAIN. La più materialista delle scritte per la più spirituale delle azioni.
Mentre siedo sul parapetto, godendomi il sole ed il bellissimo panorama, una delle centinaia di scimmie che vivono qui, avvicinatasi senza che io la notassi, mi si avventa contro. Faccio un salto indietro, temo di essere morsa. Ho letto che molte di queste scimmie sono malate e possono trasmettere la  rabbia. Cosa che mi sarà confermata da una scienziata tedesca, in Nepal per studiare il comportamento delle scimmie. In quanto al motivo dell’attacco, lo ha spiegato con il fatto che quella scimmia era stata probabilmente provocata o maltrattata in precedenza da altre persone e questo l’aveva resa aggressiva verso ogni essere umano.
Sulla via del ritorno mi aggrego a due milanesi upper class con guida nepalese. Prendiamo una scorciatoia e attraversiamo un ponte traballante, sul Vishnumati River, mentre sotto di noi bambini e maiali sguazzano nella melma.
Quando ci lasciamo, si avvicina una straniera per chiedermi un’informazione. E’ italiana, nonché sannyasin, seguace di Rajneesh. Con un forte accento veneto, cantilenante, mi spiega perché ha deciso, alcuni anni fa, di seguire questo guru e e di come sia felice di questa scelta. E’ qui soltanto per motivi di visto. Quando ci salutiamo, le dico che probabilmente ci incontreremo ancora, Katmandu è piccola, Thamel più piccola ancora.
“Se il nostro Karma lo consentirà…” risponde.
Il Karma non lo ha consentito, non ci siamo mai più viste.


9 luglio Bhagdaon o Bhaktapur

Odio il traffico infernale e l’inquinamento di Katmandu, al confronto del quale l’aria che si respira nella più inquinata delle nostre città è brezza balsamica.
Così, la mia routine giornaliera è la seguente: partenza, la mattina presto, per una delle città più piccole dei dintorni.
Oggi è il turno di Bhagdaon o Bhaktapur.
E’ una delle città reali che contesero il primato sulla regione a Katmandu. Si può andare in autobus o in filobus, ci si impiega circa venti minuti.
La mitologia attribuisce la sua fondazione al re Ananda Deva Malla, ma in realtà le piazze con templi e fontane erano gli antichi villaggi che nel corso dei secoli vennero a formare un unico insieme.
Il nucleo originario sorgeva ad est, nella zona del tempio di Dhattatreya; poi, quando la città divenne sede dei Malla e capitale dell’intera valle, tra il XIV secolo e il XVI secolo, la costruzione di nuovi templi e palazzi spostò il centro verso ovest, intorno al Taumadi Tole.
 
Durbar Square, la piazza principale, è costellata di templi e di opere d’arte.
A me piacciono, in particolare, gli intagli su legno dell’artigianato newari. Il Palazzo delle 55 finestre ne è un bell’esempio. Di fronte a questo, sempre sulla stessa piazza, vi è la Porta d’oro, opera di cesello complessa ed alaborata. Ci sono poi le solite divinità; Kali, con otto braccia e quattro teste, Garuda, Ganga, Jamuna, Hanuman, Narsingha Narayan… e chi più ne ha più ne metta.
Di fronte alla porta d’oro, su di un pilastro massiccio, è posta la statua del re Bhupatindra, con spada e turbante, che rende omaggio a Kali.
Di fianco al pilastro, si innalza il tempio di pietra di Batsala Devi, sulla cui terrazza è installata la colossale campana “dei cani che abbaiano”. Si racconta che Ranjit Malla la fece fondere in  modo che producesse un suono tale da costringere i cani ad ululare ed a tenere così lontana la morte dal suo palazzo. Chiedo in giro se lo stratagemma ha funzionato, ma la risposta è negativa.
A cinque minuti da Durbar Square, c’è la mia piazza preferita. Vi si trova il tempio di Nyatapola, una bellissima pagoda con cinque tetti.
E’ disposta su di una piattaforma in alto, ed una ripida scalinata, fiancheggiata da coppie di guardiani, conduce all’entrata.
Dall’alto, ci sono nell’ordine: la dea Baghini e la dea Singhini, due grifoni, due leoni, due elefanti e due lottatorti. Ogni figura è considerata dieci volte più forte di quella immediatamente al di sotto, mentre i lottatori sono considerati più forti di qualsiasi uomo. Su questa piazza c’è anche il tempio di Bhairavnath, a pianta rettangolare. Il motivo per cui prediligo questa piazza non è, però, puramente artistico. Un edificio che era un tempo un tradizionale tempio a pagoda, e che ha persino delle incisioni erotiche sulle travi del tetto, è stato ora trasformato in ristorante. Dalla balconata che corre intorno all’edificio, si gode una magnifica vista sulla Piazza. Poiché a Bhaktapur ci sono andata più di una volta, questo era diventato il mio luogo per il breakfast. Un mattino ho anche assistito all’originale modo in cui il cameriere puliva la superficie di vetro dei tavolini.
Prima ci sputava generosamente sopra due o tre volte, poi li sfregava energicamente con uno straccio che aveva bisogno urgente di essere lavato. Chissà se puliva allo stesso modo posate e piatti…
Bhaktapur è rimasta, anche dopo due mesi di soggiorno in Nepal e dopo aver visto molti altri luoghi belli ed interessanti, la mia preferita


9 luglio h. 9 Katmandu

Pioggia, pioggia, pioggia.
Sono seduta nella hall del Marco Polo. Un’anziana laundry woman porta via sulla schiena un enorme fagotto di lenzuola ed abiti dei turisti, per lavarli. Si protegge dalla pioggia battente con due borse di plastica, una per la testa ed una, più grande, per i panni. Poco più tardi un’americana, venuta a ritirare i suoi vestiti, che non ci sono perché con questa pioggia niente si asciuga, chiede sorpresa: “But… you don’t have a drying machine?”. Beata ingenuità!
E’ una giornata ideale da passare in biblioteca. Ho già localizzato la  . Non è lontana dalla mia guest house, e ben fornita di libri. Prevedo che ci passerò parecchie ore, sicuramente altre giornate di pioggia come oggi.
Mentre sto aspettando le dieci, orario di apertura della biblioteca, sfoglio le pubblicazioni che ci sono nella hall.
Trovo un dépliant dal titolo: Visitor’s Guide to Nepal, e sottotitolo Printed by His Majesty’s Government of Nepal, Ministry of Tourism.
 
C’è una frase, che si riferisce al Pashupati Temple; dedicato a Shiva:
“.......Entrance into the temple is permitted to the Hindus only……”. Il nome “permitted” è stato  incollato in modo artigianale sopra a quello originario di “restricted”. Mi sembra di vedere il povero travet nepalese che pazientemente ritaglia ed incolla a mano centinaia, più probabilmente migliaia di queste parole sui dépliants per turisti.


10 luglio, h. 9 Pashupati

Purtroppo, anche con permitted al posto di restricted, il risultato per me è lo stesso. Non posso entrare in questo bellissimo tempio e mi devo accontentare di contemplare i giganteschi quarti posteriori e gli altrettanto giganteschi attributi adagiati sul piedestallo, del toro dorato piazzato all’ingresso.
C’è un luogo di Pashupati che mi attrae molto: sono i ghats. Tra l’altro, sono un ottimo posto per meditare. Ci vado e mi siedo. Non tardano ad arrivare i primi due cadaveri. Si preparano le pire. Alcuni vitelli si avvicinano ai cadaveri e li annusano. Nessuno fa il gesto di allontanarli. Arrivano anche cani e maiali. Si inizia il rituale funebre.



Dal ponte sovrastante uomini vestiti all’occidentale con pretese di eleganza, gettano nel fiume grossi sacchi di spazzatura. Si stanno sicuramente recando al lavoro: la loro moglie, prima che uscissero di casa, ha affidato loro la spazzatura, di cui disfarsi in qualche modo. Dato che non c’è servizio di raccolta ne’ luogo dove portare i rifiuti, li si ammucchia nelle strade o li si butta in acqua. Il sacro Bagmati se ne prenderà cura.




13 luglio Biciclettata

E’ sabato, quindi festa. All’inizio si fatica un po’ a considerare festivo il sabato, poi ci si fa l’abitudine.
Dopo una colazione a base di te’ e banane, alle 7,30 si parte. Nima mi fa da guida in questa avventura in bici. Pedalo vigorosamente, perché spero di togliermi dal traffico cittadino prima che diventi troppo intenso. Invano: dopo neanche due chilometri, con una fragorosa esplosione, lo pneumatico posteriore si affloscia. Si torna a piedi al negozio di bici, se ne chiede un’altra, si riparte.
Prima tappa, Patan. Al Golden Temple, parlo con il custode, che fabbrica Buddha di bronzo. E’ stato a Torino per il suo business. Mi cita Porta Nuova, Porta Susa, Via Roma, Via Cernaia…..
Ripartiamo. Puntiamo ora su Kirtipur, la città dei nasi tagliati, dopo esserci fermati ad ammirare la Chobar Gorge lungo il percorso.
“… Arroccata su un colle a 5 km. a sud ovest di Katmandu, la fortezza medioevale newari di Kirtipur costruita dal re Sada Siva Deva nel XII secolo fu la fiera roccaforte che il sovrano di Gorkha, Pritvi Narayan Shah, dovette espugnare per penetrare nella valle e sconfiggere le capitali del regno dei Malla. Per tre volte il re la strinse d’assedio tentando di piegarne la difesa accanita e solo nel 1768 riuscì finalmente ad averne ragione. Per vendicare le perdite subite fece tagliare i nasi e le labbra a tutti gli abitanti del luogo risparmiando solo, per amore della musica, chi sapeva suonare uno strumento a fiato. Gli evidenti segni di decadenza della città non sono però soltanto legati a questa antica sconfitta e alla definitiva eclissi di questo centro un tempo florido e indipendente, ma anche al disastroso terremoto che lo colpì nel 1934. Oggi Kirtipur ha l’aspetto trascurato e malinconico di una città in abbandono, con i templi e le belle case con le triplici finestre in legno scolpito in rovina.


 
Durante il giorno è abitata soprattutto da vecchi e bambini, mentre uomini e donne sono al lavoro nei campi o impegnati nella tradizionale attività di tessitura. A confronto con gli altri centri della valle, però, questo ha il fascino che deriva dall’aver concesso meno alle trasformazioni turistiche. Sedendosi all’ombra lungo le sue vie lastricate e polverose, si può veder scorrere intatta la vita di un borgo newar, secondo ritmi probabilmente uguali da secoli.”
Dopo aver bevuto un paio di dolcissime e calde Fanta, comprate in un negozio situato sulla piazza principale, proprio di fronte al tempio di Bagh Bairav, il dio-tigre, manifestazione di Shiva, saliamo alla pagoda dedicata a Uma e Maheshwar, la coppia divina di Shiva e Parvati.
Da qui ammiriamo la distesa delle risaie sotto di noi, e Nima mi indica le cime del Langtang, dove andrò tra qualche giorno, ospite di suoi parenti, e del Gosainkunda.
E poiché la sua conoscenza dell’architettura non eguaglia quella delle montagne, riprendo in mano la guida e leggo:
“… Secondo la leggenda, il tempio di Bagh Bhairav venne edificato nel XVI secolo nel luogo in cui alcuni pastori, che avevano per gioco plasmato una tigre d’argilla, l’avevano ritrovata viva e sazia per aver fatto strage del gregge. La struttura è quella di una pagoda a quattro piani, e tre tetti, sorretti da vilampu intagliati. Al tetto centrale sono appesi scudi, armi e utensili raccolti dopo l’attacco di Prithvi Narayan Shah alla fortezza e offerti al dio dai devoti. Sulle pareti esterne, al piano terra, affreschi interessanti, ma in condizioni deplorevoli, mostrano scene del Mahabharata in stile tardo Malla (XVI sec.).
Il torana scolpito sopra l’entrata principale, rappresenta, sopra, Vishnu che cavalca Garuda e, sotto, Bhairav, fiancheggiato da Ganesh e Kumar, il dio della guerra.”


 
Stamane, mentre eravano alla Chobar Gorge, Nima mi aveva proposto di andare a Daksinkhali, ma io avevo rifiutato. L’idea di pedalare per 20 chilometri in salita, con quest’afa ed inalando il fumo nero dei tubi di scappamento dei numerosissimi pullman che portano i nepalesi a sacrificare polli e capre alla dea Kali, non mi arrideva.
Ma, poiché mi sento piena di energie e poiché spero che a quest’ora i fedeli siano già tutti sul posto, gli chiedo di accompagnarmici. Torniamo quindi indietro al punto in cui eravamo stamani.
Mentre regolo il cambio della mia scadentissima mountain bike, made in Taiwan, salta la catena. Il mio compagno di sventure la rimette su in un attimo e mi sistema il cambio. Ora mi manca soltanto di bucare per far sì che quello che non mi è mai successo in tanti anni che vado in bici, si concentri in questa giornata di iella.
Il tempio è situato alla confluenza di due fiumi, tra il verde degli alberi. E’ stato edificato nel XVII secolo da Pratap Malla, ed è dedicato alla dea Kali; qui raffigurata con sei braccia nell’atto di calpestare Vetala, assistita da Ganesh.
E’ su questa statua in pietra nera che il sacrificatore spruzza il sangue dell’animale a cui taglia la testa. Gli animali che vengono sacrificati sono polli, oche, capre, pecore, maiali: questi devono essere maschi, non castrati e di colore scuro. Dopo il rito, essi vengono restituiti ai proprietari che, dopo averli fatti spiumare o scuoiare e tagliare a pezzi dai macellai che sono lì apposta, li gettano in un pentolone d’acqua bollente e li mangiano sul posto. Quando arriviamo infatti, sorpassiamo gruppi familiari anche di venti persone, che hanno con sé il fornello a gas e la bombola. Le donne portano dei pentoloni enormi in bilico sulla testa. Mentre mi sto asciugando il sudore dal viso e sto togliendo un po’ del nerofumo accumulato durante il percorso, mi beo dei deliziosi profumi di chi, arrivato qui stamattina presto, sta già cucinando la vittima del sacrificio. Se soltanto qualcuno mi invitasse a pranzo…… Poiché nessuno raccoglie questo mio desiderio, non manifestato peraltro verbalmente, ci sediamo in uno dei tanti tea-shops allineati lungo la strada da cui parte la scalinata che scende al tempio. Un bicchiere di tè al latte, dolcissimo e bollente non è esattamente quello che desidero in questo momento. (Ho provato alcune volte a chiedere del tè senza zucchero, ma mi hanno guardata in un modo…..).

Dopo aver assistito alla mattanza di qualche decina di polli e capre, ripartiamo a tutta velocità giù per la  discesa. So già che questo mi costerà come minimo un bel mal di gola, ma il piacere dell’aria fresca sulla pelle è troppo grande per rinunciarvi.
Quando ormai stiamo per arrivare a Katmandu, svoltiamo a sinistra, su di una strada sterrata che porta verso un bel villaggio, in mezzo alle risaie color verde brillante. Presto però la strada diventa impercorribile: dobbiamo scendere e camminare con la bici per mano. Anche se siamo a pochi chilometri da Katmandu, in realtà ne siamo lontani anni luce. Uomini e donne sono al lavoro nei campi, i bambini si rincorrono, i vecchi giocano a karen board all’ombra di un albero secolare, mentre un cadavere sta finendo di bruciare sulla pira. C’è silenzio e la vita scorre con i ritmi di sempre. Ma per quanto tempo ancora?
Dopo aver attraversato un bosco, sbuchiamo su di una strada asfaltata dalla parte opposta a quella da cui siamo venuti. Risaliamo in bici e ci dirigiamo a Bodnath, nostra ultima meta per oggi.
Lasciamo le bici ed andiamo a visitare uno dei tanti monasteri che si trovano intorno allo stupa.
Alcuni monaci bambini cantano leggendo i versetti sul libro stretto e lungo, che sfogliano dal basso in alto. Ogni tanto uno squillo di tromba perfora i timpani. Un monaco passa a versare dell’acqua sulla testa dei ragazzi, che cercano di sottrarsi ridendo.
Usciamo e ci dirigiamo al tempio. Pieno di colore, come tutti i templi buddisti, contiene una statua gigantesca del Budda. All’uscita, un palmist si offre di leggermi la mano. Gli dico che mi interesserebbe, ma non ho soldi con me. Lui dice che non può leggermela senza essere pagato, perché cio’ sarebbe causa di sfortuna. Per me o non piuttosto per lui?


14 luglio Università

E’ domenica, giorno lavorativo.
Due giorni fa ho comperato una grossa scatola di tè in bustine, perché uno dei ragazzi che lavorano alla guest house mi ha gentilmente offerto di fare colazione con lui. Così, per non gravare sul suo magro bilancio, io metto il tè, lo zucchero, i biscotti, lui l’acqua calda. Ma questa mattina, quando sono scesa, mi ha detto che la chiave dello stanzino dove c’è il fornelletto è andata persa. Vado allora al Pumpernickel, un tempo rinomatissimo tea shop e pasticceria di dolci austriaci, oggi molto degradato.
Mi dicono che hanno il lemon tea. Ordino immediatamente questa gradita alternativa al solito tè al latte, ma è una delusione. Credo che sia fatto con le bustine di liofilizzato, al gusto di limone. Pazienza, vuol dire che da domani tornerò al dolcissimo, nauseante milk tea.
Dopo aver  telefonato a mammà per ben un minuto, e dopo averla svegliata (in Italia sono ora le 4,30), vado all’Università con Dambar. Questi è assistente di Fisica ed in più, per arrotondare il bilancio, lavora alla guest house come receptionist.
Il bus che prendiamo è così affollato che siamo praticamente appesi fuori, come sinora avevo visto fare solo ai locali.
Nell’edificio dell’Università regna una grande desolazione. Nella biblioteca non hanno mai tolto la polvere nè lavato i vetri, ne’ sostituito quelli rotti. Il laboratorio di Fisica mi ricorda la polverosa aula “degli esperimenti scientifici” dell’istituto Magistrale che ho frequentato ormai molti anni fa. Gli edifici, inaugurati dal re alla fine degli anni ’60, sono situati in mezzo al verde ed ai fiori, in una zona bellissima.
Prendiamo gli opportuni accordi con gli addetti alla biblioteca, perché io possa poi tornare da sola a consultare libri. La procedura è piuttosto complessa e, francamente, eccessivamente burocratica: ogni volta dovrò compilare una dichiarazione e lasciare il mio passaporto “in ostaggio”, per tutto il tempo che mi fermerò in biblioteca, ad uno degli impiegati. Confesso che questa prospettiva mi provoca un brivido lungo la schiena… In Nepal c’è un fiorentissimo mercato dei passaporti, che vengono pagati cifre molto alte al mercato nero. I nepalesi sono nella stragrande maggioranza persone molto oneste e corrette, e questo lo dico per esperienza e con convinzione, ma mi sembra stupido lasciare in giro ed alla mercè di tutti un documento per me così indispensabile. Quendo ho chiesto dove sarebbe stato tenuto: “Ma li’ sul tavolo naturalmente!” mi hanno risposto. Dove volevo che lo mettessero?
Questo è il cosiddetto rovescio della medaglia della mentalità orientale: per loro, che vivono nell’eternità, che valore può avere un passaporto in più o in meno? Perché prendersela tanto? Ora, venire in contatto con questa mentalità in un tempio o quando si filosofeggia con loro sul destino ultimo dell’uomo, è un conto; incontrarla in un ufficio, dove è necessaria una certa razionalità, è tutt’altra cosa.
 
Questa conditio sine qua non del passaporto, fa sì che io opti definitivamente per la British Library, dove, a parte l’obbligo di lasciare la borsa all’ingresso, non ci sono altre formalità. Peccato: nella biblioteca universitaria avevo visto alcuni libri sull’arte e sulla religione nepalesi che avrei letto volentieri.
h. 12 Rientro in hotel
Ritorno a Katmandu per conto mio perché Dambar ha lezione. Scendo dal bus alla fermata sbagliata, mi incammino nella direzione sbagliata, insomma… perdo la pazienza ed anziché rientrare a piedi prendo un three wheeler.
Pranzo in camera: formaggio di yak - buono ma così grasso! - sardine acquistate al supermercato svedese per trekkers che mangio maciullate perché l’apriscatole si rompe subito e devo aprire la scatoletta con mezzi di fortuna; rubra malesiana dal colore dubbio (leggo sull’etichetta che contiene coloranti ed aromi artificiali) e dal gusto ancora più dubbio (ma perché mai l’avrò comprata?); rhum nepalese e miele himalaiano disciolti in acqua calda, per la mia gola infiammata. Era stata una facile profezia quella mia di ieri, mentre mi lanciavo giù per la strada che scende da Daksinkhali!
Ora mi faccio un sonnellino post prandium, poi andrò con Sandra, anche lei ospite del Marco Polo, a conoscere Lilla, un commerciante di gioielli di Durbar Square che, dice lei, parla perfettamente l’italiano.


16 luglio Verso Janakpur

Confesso che ho avuto molte esitazioni prima di decidere di andare a Janakpur. Esitazioni anche dovute al fatto che, essendo questo un periodo di monsoni, le strade sono in condizioni spaventose.
Janakpur si trova, in linea retta, a meno di 200 km a sud est di Katmandu, ma per arrivarci si attraversa una metà del Nepal. Si prende prima la strada che va a Pokhara (verso ovest, quindi); poi, a circa metà percorso, si scende a sud, nel Terai; quindi si va ad est, per un totale di 12 ore di viaggio. D’altro canto, vorrei anche vedere un pò della pianura nepalese. Così mi decido.
Alle sei mi trovo alla stazione dei bus, dato che l’orario di partenza scritto sul biglietto, che ho acquistato ieri, indica le sei e trenta. Alle sette non c’è ancora nessuna traccia del pullman. Partiamo alle sette e trenta, a velocità sostenuta. Un tentativo di recuperare il ritardo di un’ora?
Purtroppo non andiamo lontano: dopo appena due ore, il pullman breaks down e non ci sono speranze di ripararlo. Dopo mezz’ora, arriva il secondo pullman, che avrebbe dovuto partire da Katmandu alle sette.
Sono atterrita dalla prospettiva di trasbordare tutti su questo secondo pullman. Gli autobus nepalesi viaggiano già a “strapieno” carico, senza che ci sia bisogno di raddoppiarlo. Inoltre, ci sono ancora almeno 10 ore di viaggio davanti a noi e la prospettiva di farle in piedi, con la testa piegata in avanti perché il tetto del bus è troppo basso per consentirmi di stare eretta, shakerata dai continui sobbalzi dovuti al fondo stradale sconnesso e schiacciata dalla calca, non è molto allettante! Per fortuna, il bigliettaio dell’autobus rotto, mi aiuta a farmi strada tra la folla e convince due nepalesi a dividere il loro sedile con me. Poiché i sedili degli autobus nepalesi sono molto piccoli (a misura loro!), sono per ¾ fuori dal sedile, ma è sempre meglio che stare in piedi. E poi, che importanza ha l’essere scomodi, quando ti trovi fra gente che, in continuazione ti manifesta la sua gentilezza e solidarietà? E’ per ritrovare questi sentimenti che da noi non esistono più che io vengo in paesi come questo e non mi importa nulla dei disagi, della vita dura, del cibo sempre uguale.
 
Cerco di guardare fuori dal finestrino, ma non si vede molto. Continua a piovere a dirotto e procediamo con difficoltà nel fango alto mezzo metro. Sorpassiamo una lunghissima colonna di militari in marcia. Hanno un’aria così miserabile! Ci sono dei lavori in corso lungo tutta la strada e si procede ad un solo senso di marcia, per cui siamo continuamente fermi per far passare i camion che arrivano in direzione opposta. Osservando questi operai mi vengono in mente le fatiche di Sisifo, di dantesca memoria.
Il monsone, di notte, distrugge quello che loro fanno di giorno. Il lavoro è pressoché tutto svolto a mano: piccozze, mazze, vanghe, cazzuole… Alle vanghe si lavora in tandem: l’uomo la affonda nel terreno, la donna tira la corda legata alla base del manico, per aiutare lui a sollevarla piena di terra.
La strada costeggia il fiume Trisuli, dove si fa rafting. Vedo alcuni gruppetti di turisti con ricco equipaggiamento e nepalesi laceri che gli fanno da factotum.

Ci fermiamo a Mugling per mangiare. Ci sono decine di ristorantini sulla piazza principale e salta subito all’occhio la differenza fra quelli per nepalesi only e quelli per turisti. Pur essendo molto semplici, questi ultimi hanno quell’aria kitch che spesso hanno i posti per stranieri nei paesi poveri, quando non sono fatti con grandi capitali.
Siccome il pullman su cui mi trovo non è per turisti, ma è un normale pullman di linea ed io sono l’unica forestiera, l’autista si dirige verso uno dei ristorantini per locali. Chissà quant’è la sua commission per portarci qui: il pasto gratis o anche qualcosa di più?
Io non mangio, non perché non mi fidi, come succede a molti turisti che vengono in paesi come questo, dove l’igiene non è certo al primo posto, e poi gli fa schifo tutto, ma perché quando sono in viaggio non mangio mai. Dato che la sosta è di mezz’ora, faccio un giro per il paese. Sarà anche a causa della pioggia e del fango, ma che squallore!
Davanti ad una catapecchia vedo un gallo e una gallina legati insieme per una zampa. Il gallo vuole andare da una parte, la gallina dall’altra e si strattonano a vicenda, cercando di liberarsi dal nodo che li tiene legati. Ecco: per me essi rappresentano il simbolo, in versione animalesca, di ciò che è il matrimonio per le persone.
Poco oltre, c’è uno stagno con molte oche che nuotano allegramente. Arriva il loro custode o padrone e gli lancia un verso. Starnazzando allegramente le oche si raccolgono in fila indiana, nuotano veloci verso di lui, poi escono di corsa dall’acqua e lo seguono, sempre in fila indiana.
Torno indietro sulla piazza. Tutti hanno terminato di mangiare, per cui si sale sul pullman e si riparte.


h. 19 Janakpur

Io adoro viaggiare da sola, ma ci sono momenti in cui il mio entusiasmo scompare. Avevo letto sulla guida che Janakpur è “Indian in every respect except politically”, ma gli sguardi, i commenti, le risate di cui sono stata fatta oggetto nel percorso dalla bus station all’hotel, mi hanno provocato un senso di disagio e di oppressione. In Nepal è una cosa che non esiste e non vi ero più abituata.
Anche il Welcome Hotel, suggerito dalla guida, è indiano: è di proprietà di un indiano che vive lontano da qui, è stato costruito da indiani, è gestito da indiani, affollato di indiani…
Già dalla hall, al piano terra, si avverte un puzzo di piscio che toglie il respiro. Salgo gli scalini ingombri di ogni sorta di immondizia tra muri scrostati, alla luce fioca di lampadine che danno all’ambiente un’atmosfera da incubo…
Mi fanno vedere alcune stanze: piccole, soffocanti, con una finestrella in alto, sembrano le celle di un carcere medioevale. Non soffro di claustrofobia, ma non riuscirei a passare la notte in un posto come questo.
E che prezzi, poi! Molto più alti di quelli indicati dalla guida. Per ultimo, mi mostrano la suite, all’ultimo piano, per la quale chiedono la somma spropositata di 350 rupie. La descrivo: per terra, ci sono i resti accartocciati e sollevati a mo’ di trappola per l’infelice che occupa la stanza, di quello che molto tempo fa è stato un linoleum; l’arredo consiste in un tavolino traballante, un divanetto in finta pelle tutto sfondato e con le molle in bell’evidenza, due letti con lenzuola macchiate, muri e soffitto scrostati come quelli delle scale.

In bagno ci sono delle grosse chiazze marrone dappertutto: sulle piastrelle bianche dei muri, sulla vasca da bagno e sul water, causate da un liquido marrone, che loro chiamano acqua. Scarafaggi grossi come noci entrano ed escono dai buchi. Apro il rubinetto e poi la doccia ed esce lo stesso liquido spesso e marrone che vedo scorrere dappertutto. Mi dicono che c’è shortage of water, l’acqua che scende dal rubinetto è quella del fondo della cisterna dell’acquedotto. Ma allora perché lo spreco delle perdite in bagno? E poi… shortage of water nella stagione delle piogge? Ma se fuori sta diluviando!
Scendo nella hall a chiedere un asciugamano per pulirmi le mani, dopo essermele bagnate con quest’acqua. Me ne danno uno talmente incrostato di sporco che non ho il coraggio di usarlo. Dato che c’è il ristorante, chiedo un pot of tea, senza latte né zucchero. Mi portano un bicchiere di dolcissimo tè al latte, comprato fuori da uno dei tanti tea makers lungo la strada e rivendutomi ad un prezzo 5 volte superiore. Poiché non ho voglia di mettermi a discutere, decido che d’ora in poi non chiederò più nulla, pagherò la somma pattuita per la stanza, anche se la trovo esagerata e domani me ne tornerò a Katmandu, anche se avevo programmato di fermarmi qui più a lungo.
Mi metto a letto con un sottile senso di angoscia: qualcuno degli indiani che ho visto ciondolare ubriachi qui intorno e bere birra in quantità sul terrazzo proprio fuori della porta della mia camera, non verrà mica ad importunarmi stanotte? Per non sentirli più schiamazzare decido di mettermi i tappi di cera.
 

17 luglio Janaki Mandir

Mi sveglio, come al solito, all’alba. Ho fame. L’ultimo pasto, a parte qualche banana mangiata ieri, risale a due giorni fa.
Mi vesto ed alle sei esco a cercare un ristorantino. Poiché non ne trovo, entro in una bettola a bere almeno un tè. Osservo il modo originale in cui il tea maker riempie i bicchieri: li mette tutti in fila poi solleva la teiera a più di un metro e versa il tè senza interruzioni. In una nicchia, tra le varie offerte a Shiva, vedo delle lampadine. Curioso! Ne prendo una e la guardo controluce: è fulminata. Guardo le altre: lo stesso. Mi sembra lo stesso principio, di praticità, di Daksinkhali: là si consuma la carne dell’animale offerto prima in sacrificio, qui si usano le lampadine e, quando non servono più, si offrono alla divinità. Nulla deve essere sprecato!
Con lo stomaco sempre più vuoto, visito la città. Prima tappa, il tempio. Si chiama Janaki Mandir ed è meta di pellegrinaggio per gli indù.
E’ dedicato a Sita, la bella principessa moglie di Rama, celebrata nel Ramayana. A me fa venire in mente quei lavori di traforo che i bambini delle scuole elementari fanno (o facevano?) con il compensato.
Mi fermo per un po’ nel cortile circostante il tempio ad osservare la gente incredibile che vi transita. Intanto quasi tutti i sadhu qui, non so perché, hanno la tunica a macchia di leopardo. Avrà qualche significato simbolico? Ora sta arrivando un tizio con la divisa bianca della Marina militare, con tanto di gradi. Dove l’avrà presa?
A completare l’abbigliamento, o forse per smitizzarlo, gli pende dalla spalla una borsa di maglia di ferro dorata con catenella. Al collo porta una collana a più giri fatta con quei semi, di cui ora mi sfugge il nome, che tutti i sadhu o guru indiani portano.

Un altro tipo curioso che è ora qui vicino a me e mi dice qualcosa che non capisco, indossa un sari rosa smoking, ha i capelli molto lunghi tenuti indietro da un cerchietto rosso che regge una lunghissima penna di pavone alta sul capo. Visto che non capisco quello che dice, riprende a leggere, a mezza voce, cantilenando, un libro di salmi.
Arriva ora un gruppo famigliare: il padre, piccolissimo, regge sulle spalle la figlia, che è il doppio di lui, mentre la moglie segue con le masserizie. Come i cattolici portano i loro malati incurabili a Lourdes, evidentemente gli indu’ li portano qui, nella speranza di un miracolo.



Quanti punti in comune hanno le religioni di tutto il mondo!
Ci sono, qui a Janakpur, molti artigiani dell’argento. E proprio mentre sono nel negozio di uno di loro, mi si avvicina e mi rivolge la parola un giovane nepalese bellissimo, alto, con occhiali ed aria intellettuale.
E’ farmacista, ha il negozio su questa stessa via. Vi andiamo, perché mi interessa vedere che tipo di medicine vende. Intanto, chiacchieriamo e gli chiedo dove ha compiuto gli studi. Nessuno studio, mi dice. E’ andato per due anni a far pratica da un altro farmacista, poi ha aperto il negozio. Guardo alcune delle confezioni di medicinali: sono tutti importati dall’India ma, purtroppo, non sono medicine ayurvediche o a base di erbe, ma chimiche. Inoltre, sono tutte scadute. Glielo dico e lui mi risponde che gli sono state date, ad un prezzo inferiore, dal farmacista da cui lavorava prima. Quando si inizia un’attività, aggiunge, ci vogliono così tanti soldi! Prima o poi, comunque, dovrà eliminarle…

Finalmente mi imbatto in un ristorante: è indiano, naturalmente, ed il cameriere mi racconta che la sua famiglia vive nel Bihar e che lui ogni anno viene a lavorare qui per sei mesi. Ordino un tandoori chicken, ma, quando me lo porta, mi accorgo che si tratta, più che altro, di un tandoori bones! Per fortuna ci sono il riso e le verdure, per riempirmi in qualche modo la pancia.
Noto che sul mio tavolo c’è una bottiglia piena d’acqua, in cui sono immersi dei fiori di plastica. A chi di noi occidentali verrebbe mai in mente di mettere l’acqua a dei fiori finti?
Prendo un cycle ricshaw (per fortuna qui a Janakpur non circolano mezzi motorizzati), e vado a vedere le numerose sacred tanks che sono nei dintorni. Attraversiamo un paesaggio tropicale, con palme e banani, su strade pavimentate che portano a questi stagni con tempio sul bordo.
Poi vado alla stazione dei bus per prenotare. Ci sono tante compagnie private quanti sono i pullman, credo. Mi rivolgo alla Milan travel, ma non hanno più posto. Vado allora ad un’altra e prenoto un posto sul bus che parte questa sera alle 17. Il viaggio di notte mi spaventa un po’, speriamo in bene!
 

18 luglio Ritorno a Katmandu

Mezz’ora prima della partenza sono sul pullman, che a poco a poco si riempie. Sale una donna tibetana con bambina piccola, ma non ci sono più posti liberi. Poiché nessuno fa il gesto di cederle il proprio, mi alzo io e le faccio segno di sedersi. Lei accetta con un sorriso e comincia ad allattare la bambina. E’ però molto preoccupata per il contenuto del sacco che ha lasciato nel corridoio del pullman ed allontana decisa chiunque tenti di sedervisi sopra. Mi ha detto che ha un negozio, è probabilmente venuta a Janakpur per far rifornimento, chissà che lì dentro non ci siano sacchetti di patatine fritte, pop corn o altre americanate del genere che, purtroppo, stanno diventando popolari anche qui. Dopo circa due ore di viaggio, ci fermiamo per caricare grossi sacchi di nepalese cucumbers. Il peso totale di questa merce, arguisco dalla fatica che fanno gli uomini per issarla sul tetto del bus, è di molti quintali. “Speriamo che gli pneumatici siano robusti!” commento con un compagno di viaggio. Il pullman è infatti già strapieno, considerate le condizioni delle strade…
Sono, purtroppo, profeta di sventura: dopo neanche mezz’ora, uno dei pneumatici posteriori esplode. Due o tre uomini approfittano di questa sosta forzata per andare a fare pipì. Hanno con loro la pila, ma nessuno si ferma a far luce a quel povero diavolo di autista che, sotto una pioggia scrosciante e nel buio più assoluto, deve cambiare la ruota. Scendo io a fargli luce, contorta in una posizione scomodissima, per dirigere il raggio di luce sotto il pullman, al centro del quale le ruote di scorta sono assicurate da catene, che vanno fatte scorrere. L’operazione richiede quasi mezz’ora ed alla fine sono bagnata fradicia. Purtroppo i pneumatici si afflosceranno ed andranno sostituiti altre quattro volte. Poiché non abbiamo tutti questi pneumatici di scorta, dobbiamo fermarci due volte a delle stazioni di servizio per averli riparati subito. Per queste volte successive però, mi sono limitata a imprestare la pila, senza più scendere. Gentilezza sì, ma non a costo di una polmonite!
Il viaggio notturno, anche se periglioso e funestato di incidenti, è stato bellissimo: attraversare questi villaggi in cui l’unica luce è quella delle candele o delle lampade a kerosene, dà l’impressione di essere in un presepe.

A Bardiwas sale una donna molto malata, la portano all’ospedale a Katmandu. I giovani e gli uomini intorno a lei fumano una sigaretta dopo l’altra. Nessuna considerazione per lei che riesce a malapena a tirare il fiato. A proposito, propongo di modificare il detto: “fumare come un turco” in “fumare come un nepalese”. In nessuno dei paesi in cui sono stata sinora ho mai visto dei fumatori così accaniti come i nepalesi.
Continua a piovere a dirotto ed io non riesco a vedere nulla attraverso il vetro anteriore dell’autobus. Improvvisa, la folgorazione: questo pullman non ha i tergicristalli! Procediamo in un muro d’acqua alla cieca. Decido di chiudere gli occhi e di tentare di dormire, per evitare altri colpi al cuore. Non passa molto tempo che mi sento scuotere da qualcuno,. Apro gli occhi e vedo un uomo che, con voce ed atteggiamento un po’ alterati, mi dice: “Foot down! Foot down!”. Sul momento non capisco che cosa voglia dire, poi mi rendo conto che devo cambiare posizione ai miei piedi, che avevo appoggiato in alto. Essi sono considerati dagli indù la parte più impura del nostro corpo, bisogna quindi sempre tenerli in basso, lontani dalla testa. Spesso i tabù religiosi coincidono con norme igieniche o, comunque di conservazione della vita, ma in questo caso succede l’opposto. Comunque, eseguo e richiudo gli occhi. Ma è destino che non riesca a dormire.

Ad una delle tante fermate, sale una donna alta e piuttosto robusta che, dopo aver accantonato ancora di più il mio bagaglio, si siede sopra di me e del mio compagno di posto. La cosa mi sembra all’inizio troppo assurda per essere vera: su questi piccoli sedili non c’è proprio posto per una terza persona, e lei non può pretendere di viaggiare in grembo a noi per il resto del tragitto. Tento prima di farglielo capire col sorriso, ma quando vedo che non si muove, la spingo via. Io sono di solito gentile fino all’abnegazione verso i nepalesi, ma la prepotenza mi dà fastidio qui come altrove. Ed in questo caso non mi sento neanche in colpa per aver portato via il posto ad una persona del luogo. Il bus è privato ed il servizio di prenotazioni è gratuito. Mi chiedo che tipo di donna sia: è salita sull’autobus da sola, in piena notte; parla, ride, scherza con gli uomini che sono sul pullman; in un paese come il Nepal, dove le donne non vanno in giro da sole neanche di giorno e vicino a casa e non si sognerebbero mai di rivolgere la parola ad estranei, per giunta uomini…

Quando finalmente se ne va, provo a riaddormentarmi, ma la vista degli strapiombi a pochi centimetri dalle nostre ruote non contribuisce certo a distendermi i nervi. Evidentemente però, non è ancora giunta la mia ultima ora ed arrivo sana e salva a Katmandu. Sono le 11 ed abbiamo alle spalle 18 ore di viaggio. I sacchi di cetrioli vengono scaricati; il pesce, che è stato trasportato appeso fuori dal finestrino, viene consegnato al destinatario, il quale lo annusa ripetutamente prima di portarlo via; la donna ammalata, sempre più cadaverica, viene aiutata a salire su di un cycle ricshaw.
E con queste ultime immagini negli occhi, mi avvio a cercare un three wheleer, felice, per una volta, di immergermi nel traffico della capitale.
 

19 luglio Back in Katmandu

Ho una fame da lupi. Decido di andare a rifocillarmi al K.C’. A parte le ossa del tandoori chicken ed un po’ di riso, infatti, a Jajakpur non ho messo nulla sotto i denti. Al tavolo accanto al mio c’è una turista della categoria che mi fa sorgere la domanda: che cosa vengono a fare in Nepal queste persone? Perché non vanno a farsi una bella vacanza in Svizzera? Questa qui è francese. Intanto c’è da dire che il K.C’. è un ristorante su misura per turisti: non si vedono che loro, infatti, qui cucina internazionale, bevande sigillate, verdura disinfettata, insomma, niente da dire.
Esordisce chiedendo un succo di frutta e vuol sapere di che marca è. Il cameriere le porta la lattina. Lei la guarda, poi scuote la testa e la rimanda indietro, chiedendo al suo posto un’acqua minerale, ma che la bottiglia sia ben chiusa, per carità! Il cameriere porta l’acqua minerale. Lei vi appoggia le mani sopra: “Ma è troppo fredda!”. Il cameriere, pazientemente, riporta indietro la bottiglia e ne porta un’altra a temperatura ambiente. Si vede che sta per dirgli che questa è troppo calda e si trattiene soltanto perché l’amica che è con lei è, a questo punto, molto imbarazzata. Inizia quindi l’operazione ‘prova finestra’ del bicchiere. Il controllo la lascia evidentemente insoddisfatta del grado di pulizia dello stesso, dato che prende il tovagliolo e comincia a strofinarlo vigorosamente dentro e fuori. Ne ho visti altri di turisti così qui in giro: stanno a Katmandu per tutto il tempo della loro vacanza o, al massimo, vanno a Pokhara, con il minibus dei turisti. Si alzano alle dieci di mattina, vanno a far colazione nei ristoranti di Thamel, si aggirano tutti agghindati tra i negozi alla ricerca dell’oggetto esotico da esibire a casa o dell’affare di cui vantarsi con gli amici. Lasciano il paese con un’esperienza dello stesso limitatissima, fuorviante e falsa, avendo arrecato più danno che altro.
 

20 luglio Qui pro quo

Sono in giro con la mia fedele Rough Guide a cercare il Mike’s Breakfast. Non lo trovo e nessuno mi sa dire dov’è. Opto per la French Bakery, che è sulla stessa strada. E’ un locale american style, tutto plastica verde e musica rock ad alto volume: i prezzi sono molto alti ma tant’è, ormai sono qui, affamata e assetata… Inoltre, pur di sfuggire alla puzza dei numerosi mucchi di immondizia qui fuori, sono disposta a tutto.
Dopo aver ordinato il solito pot of tea e la solita omelette, faccio un ultimo tentativo per localizzare il ristorante cercato invano, chiedendone notizia al cameriere. “Conosce dove si trova il Mike’s Breakfast?” gli chiedo. Lui mi guarda desolato e mi risponde: “Sorry, madame, we only have these breakfasts.” E mi indica la tovaglietta americana di carta, sulla quale sono stampati ed illustrati il Tom’s breakfast, il Jack’s breakfast
Coincidenza che ha dell’incredibile: questa è l’unica volta in cui mi sia capitato di trovare i breakfasts chiamati con nomi di persona.


21 luglio Primo Levi a Katmandu

Il K.C’. è chiuso, allora vado nel ristorante di fronte. Mi metto a parlare con una donna che sta mangiando da sola. E’ inglese ed ebrea. Questo lo deduco dal ciondolo che ha al collo, la stella di David. Sopra a questa, però, c’è un altro simbolo, che non conosco e le chiedo che cosa significhi. Mi spiega che è il simbolo di un movimento di liberazione delle lesbiche. Mi dice anche che proprio qui a Katmandu ha scoperto uno scrittore italiano ebreo, Primo Levi. Ha comprato, in uno dei second-hand bookshops, la versione inglese di ‘Se non ora, quando’.
Le dico che Levi è di Torino, la mia città, e che alcuni anni fa si è suicidato. Poiché lei si mette a piangere, cambio argomento.
 

22 luglio

E’ arrivato il momento di lasciare gli agi e le mollezze di Katmandu per andare a dividere con gli sherpa la loro uncomfortable life. Shakpa e Didi, fratello e sorella, che sono a Katmandu per lavoro, tornano alla loro casetta sui monti e invitano Kelly e me ad essere loro ospiti per qualche giorno. Accettiamo contente.
 

22 – 23 luglio In viaggio per Shermatang

Alle 10, Lhakpa, Didi, Kelly ed io, partiamo per Banepa, su di uno scassatissimo bus. Dopo aver fatto tappa a Bhaktapur, che già conosco, Dhulikel, Panchal e Bahunpati, arriviamo a Banepa poco prima di mezzogiorno. Mangiamo pranzo e ripartiamo subito per Kalemchi Pul. La strada è orribile, il bus è strapieno, arriviamo stravolti. Per rimetterci in sesto, niente di meglio che lanciarci subito per la salita ripidissima, sotto una pioggia battente. Per fortuna che Kelly mi aiuta a frenare la loro andatura, altrimenti non riuscirei a tenere dietro ai due sherpa.



Il paesaggio è bellissimo, ma non ci fermiamo mai ad ammirarlo. Inoltre il sentiero è molto sdrucciolevole a causa della pioggia e bisogna far molta attenzione a dove si appoggiano i piedi. Il cuore mi scoppia, il respiro è ansante, ma tengo duro, per orgoglio.
Dopo quattro ore di arrampicata massacrante, senza un attimo di tregua, ci fermiamo ad un negozietto, con stanza fornita di due pagliericci, per passarvi la  notte.
E’ buio e c’è una fitta nebbia.
Siamo bagnati fradici, avremmo bisogno di un bel fuoco per asciugarci.
Purtroppo la stufetta che c’è in cucina emette più fumo che calore. Così, dopo una cena che non riesco a mangiare, ci togliamo gli abiti bagnati, li appendiamo e ci mettiamo sotto la trapunta. Sento formicolii in tutto il corpo, ma decido di ignorarli. Purtroppo il sonno non viene. Spio fuori dalle finestre, in attesa ansiosa dell’alba. Appena vedo un po’ di chiarore, mi alzo, sperando di battere sul tempo gli altri e potermi lavare il corpo e non sempre e soltanto la faccia.
Speranza vana: la famiglia che ci ospita è già in piedi e ci sono persone che stanno scendendo a valle. Ritiro i vestiti che avevo appeso sulla veranda ieri sera, nella speranza che si siano asciugati. Gocciolano acqua. Me li infilo lo stesso e scendo a bere un tè.
La nebbia è molto fitta, l’umidità altissima. Venire sull’Himalaya in questa stagione richiede un fisico ed una volontà di ferro!
Verso le dieci ci rimettiamo in viaggio, la pioggia ha preso il posto della nebbia. Dopo circa tre ore arriviamo a Shermatang ed entriamo nella casa di Laghkpa, dove troviamo sua zia, monaca buddista.



La casa è costituita da un magazzino a piano terra e da un’unica stanza a piano rialzato. Il mobilio è semplicissimo: due letti, una piattaia, una piccola stufa. In questa stanza, prima che la famiglia si trasferisse a Katmandu, vivevano dodici persone.
Ci viene offerto il tè tibetano, mentre cuociono le patate. Forse perché la legna usata è umida, forse perché il tiraggio della stufa non funziona, c’è un fumo notevole, che fa bruciare gli occhi.
In poco tempo nel villaggio si sparge la voce che sono arrivati Laghkpa, Didi e due forestiere e tutti, parenti ed amici, ci vengono a salutare. A turno, Kelly ed io andiamo alla fontana ad attingere acqua per il tè e per lavare le tazze e i piatti. Con il ritmo delle visite di oggi, questo diventa un lavoro a tempo pieno. Questi sherpa, cugini alla lontana di quelli più autentici di Solu Kumbu, sono allegri e chiacchieroni: nonostante l’ostacolo della lingua, ci coinvolgono nella conversazione e ci riempiono di domande.
Alle sette è già buio e, al lume di una piccola candela, mangiamo riso e lenticchie. Verso le dieci, andiamo a letto. Domani dobbiamo alzarci presto.



 
24 luglio Tarke Gyiang

Sveglia alle 5. Fuori c’è buio e nebbia.
Beviamo due tazze di tè, mangiamo due patate bollite e via, nell’orto a dissotterrarne altre.
Quando si legge sulle guide che l’alimentazione degli sherpa si basa essenzialmente sulla patata, non ci si rende conto di quanto ‘alla lettera’ vada presa questa affermazione!
Finito il duty, partiamo per Tarke Gyiang, 2747  metri, grosso villaggio sede di un tempio e di un monastero buddisti.
Durante il percorso, imparo nuove cose. Ieri, Laghkpa aveva detto che ogni volta che si incontrano dei chortens, si devono lasciare alla sinistra. Oggi incontriamo dei piccoli stupa e dobbiamo girar loro intorno tre volte in senso antiorario prima di proseguire.



Nei laghetti ai lati del sentiero, dei placidi yak sono immersi nell’acqua ‘sino alle narici’. Come li invidio!
Per noi, l’imperativo categorico è: proseguire senza soste! Quando c’è uno squarcio tra le nubi, riusciamo a vedere le vette del Langtang Himal.
Arriviamo a Tarke Gyiang, visitiamo (a pagamento) il tempio buddista, beviamo un tè e ordiniamo tre chapatis che non riusciamo a mangiare tanto sono disgustosi.
Sono le due del pomeriggio e piove a dirotto: decidiamo di proseguire per Malemchigaon.
Vorremmo arrivare sino alla zona dei Lakes: il Gosainkund, il Saraswatikund, il Bharabkund. Ci fermiamo a dormire presso una famiglia Tamang. Ci troviamo “Somewhere between Kalemchringaon and Gopte”, second le parole di Lhakpa.
 

25 luglio

Oggi contiamo di arrivare a Gopte, 3430  m., e lì decidere il da farsi. Per arrivare ai laghi bisogna superare un passo di 4600  m. e sia io sia Kelly siamo dubbiose sulla nostra possibilità di farcela. Non siamo equipaggiate, dato che questo trekking è stato deciso quando già eravamo a Shermatang, da dove pensavamo di fare qualche breve escursione nei dintorni, non certo queste scalate! Le mie scarpine da ginnastica hanno l’aria di rendere l’anima da un momento all’altro e non ho neanche uno zaino, ma soltanto un borsone, di quelli che regalano le agenzie di viaggi. Decidiamo, saggiamente, di cambiare rotta.
Anziché arrivare ai laghi, dove, tra l’altro, mancheremmo di qualche giorno il pellegrinaggio indù, torniamo a Tarke Gyiang e sendiamo a Kakani, Kiul e Taramarang, lungo la Malemchi Khola Valley. Il paesaggio ricorda in qualche modo quello tra Shermatang e Tarke Gyiang, che già conosco e amo: foreste di querce e di dafne, la cui corteccia si usa per fare la cellulosa, e distese immense di rododendri, mentre siamo accompagnati dal canto di uccelli sconosciuti. Laghkpa è atterrito dall’idea di incontrare degli orsi, soprattutto verso sera, a me invece farebbe piacere, purché a distanza non troppo ravvicinata.
 


1 agosto In viaggio per Pokhara

8 ore piacevolmente trascorse a conversare con Werner, tedesco di Stuttgart, insegnante di religione in una scuola secondaria. La strada fino a Mugling la conosco già, avendola percorsa per andare a Janakpur. Ora però è più asciutta e si viaggia meglio. La seconda parte attraversa un bel paesaggio, fatto di colline, alberi, risaie.
All’arrivo, l’essere con Werner mi evita di dover subire in prima persona l’assalto dei guest house vendors. In quel momento passa per strada un uomo su di un carretto trainato da un cavallo. Werner gli si avvicina, gli chiede se ci porta a Lakeside, pattuisce il prezzo. Sono ancora incredula: quest’uomo mi sembra più un contadino che sta andando per i fatti suoi, che non uno che di mestiere trasporta i turisti sul suo carretto. Anyway, saliamo ed il vecchio ronzino si avvia a velocità ….quasi ferma. Strada facendo, incontriamo un giapponese, gli chiediamo se è diretto anche lui a Lakeside e gli offriamo di dividere con noi il nostro inconsueto mezzo di trasporto. Sale e ripartiamo. Sia il giapponese che Werner hanno diversi indirizzi di guest houses. La prima, suggerita da Werner, non ci piace; la seconda, suggerita dal giapponese, non riusciamo a trovarla; scegliamo la guest house suggerita dalla mia guida: molto spartana, economica, ha un bel giardino. Il giapponese, che ha maggiori pretese rispetto a noi, va invece in una lì vicino, più lussuosa e più cara. Dopo una veloce doccia, il giapponese ed io andiamo a cena in un ristorante consigliatoci dal proprietario della guest house, mentre Werner rimane a fumare hashish con una ragazza americana ospite dell’hotel.

Il detto “paese che vai, usanze che trovi”, può essere così parafrasato: “giapponese che incontri…!” Con quel che segue. Dal menù scegliamo una trota di lago, accompagnata da una bottiglia grande di birra, da dividere. Appena la portano, me ne versa un bicchiere (che, quando andrà via la schiuma sarà poco più di mezzo) e, a grandi sorsate, si scola tutta la  bottiglia. Quando arriva il pesce, non abbiamo nulla da bere.
Il tipo non è, però, privo di risorse: punta deciso verso il bancone del bar e, mentre io accarezzo l’idea che sia andato a ordinare un’altra birra, torna con una tazza di acqua bollente in mano e me la mette davanti.
“A cosa serve?” chiedo “E’ per te – mi dice – per bere con il pesce, it’s safe!” Che gentile! Dopo aver divorato il pesce a velocità ancora maggiore di quella con cui ha bevuto la birra, si alza nuovamente, con uno scatto. E’ il suo modo di muoversi: o se ne sta completamente immobile o si lancia in scatti impressionanti. Afferra dal pavimento la spirale antimoscerini – il vampirone – che brucia vicino al nostro tavolo, accosta alla sigaretta la parte incandescente, finché questa non si accende. Mentre io sto pazientemente finendo il pesce pieno di lische (che siano capitate tutte a me? Oppure lui ne è immunizzato?) se la fuma beato. Il suo show termina al momento di pagare il conto: velocissimo nel calcolare le nostre parti fifty-fifty, nonostante la birra l’abbia bevuta tutta lui, pesca con decisione nel palmo della mia mano le monete per coprire quanto manca ad arrivare alla cifra del conto. Non per niente è professore di matematica a Tokio!

Corre voce che i giapponesi che vengono qui in Nepal appartengano alla classe meno abbiente: quelli che se lo possono permettere vengono tutti in Europa o vanno negli U.S.A. Non so se sia vero, quel che è certo è che i giapponesi che si incontrano qui sono strani. Prendiamo quello che passa le sue giornate sotto il pergolato dello Yeti Restaurant a scolare birre e vino sin dal mattino presto. Non molto alto, ha un fisico possente, sicuramente aduso alle arti marziali. Tratta il figlio, di circa cinque anni e bellissimo, con arroganza e sadismo. Il bambino teme molto il padre, si vede. Questa mattina, mentre stavo facendo colazione, sono arrivati lui, la moglie, il figlio ed il tassista da lui noleggiato a tempo pieno. Io parlavo con un ragazzo nepalese ed accarezzavo il gattino che questi aveva in grembo. Il bambino giapponese il quale, per qualche recondito motivo non gradiva che io accarezzassi il gatto, mi ha dato un colto di karate sul polso, proprio sull’orologio. Il padre, desideroso di far mostra del potere che esercita sul figlio, lo ha trascinato verso un pilastro, spingendogli la faccia contro ed ingiungendogli di non muoversi. Il mio tentativo di intercedere a favore del figlio provoca la sua ira. “Mind your cat! – mi urla – This is my cat and I do whatever I like with him!”.

Terminata la colazione e giunto il momento di andarsene, ha chiamato il figlio, facendolo mettere sull’attenti. Gli ha urlato delle frasi secche, con piglio militaresco, a cui il figlio ha risposto contrito, a testa bassa. Gli ha sollevato il viso prendendolo sotto il mento e gli ha dato due forti schiaffi, prima di spingerlo in macchina. Il bambino non ha versato una lacrima: deve essergli costato molto, gli schiaffi erano dolorosi, ma si è fatto forza ed ha ricacciato le lacrime. Frutto di un’educazione repressiva o siamo proprio geneticamente diversi? Ho saputo poi che quest’uomo esercitava abitualmente la sua violenza oltre che sul figlio, anche sulla moglie e sui nepalesi con cui veniva in conflitto e con i quali regolava i suoi conti a suon di botte. Un mattino ho visto arrivare il gestore dello Yeti pieno di lividi, senza più i denti davanti e senza i suoi abituali occhiali da sole. Mi ha detto che la sera precedente, ubriaco e drogato, ha litigato con il giapponese, anch’egli ubriaco, e che si sono picchiati in riva al lago. Il giapponese lo ha buttato in acqua e gli ha tenuto la testa sotto, nel tentativo di annegarlo. “Dangerous man – aggiunge - very dangerous!”.
 

15 agosto Sarangkhot


Alle sei, come al solito, vado a far colazione, da sola. Alla guest house, c’è un folto gruppo di italiani con cui divido le mie giornate, ma questa è un’ora decisamente troppo mattutina per loro. Ieri sera, uno di questi italiani, un napoletano, venuto a sapere che io mi alzo abitualmente alle cinque, mi ha detto: “Ma tu stai malata ‘e capa!” . Io invece trovo le ore del mattino le più belle della giornata: non c’è la calura che dalle dieci alle sei di sera ti toglie le energie, c’è silenzio, pace… Comunque, allo Yeti Restaurant trovo Valérie che fa colazione mentre aspetta il pullman che la riporta a Katmandu. (La reincontrerò, del tutto casualmente a New Delhi, due settimane dopo). Consultiamo il menu di sette pagine e siamo indecise tra il light set, lo heavy set, il mexican set, il german set e qualche centinaio di altri set… Do un’occhiata al libro che sta leggendo: l’autore si chiama D…l. Facile umorismo: D..l per lo spirito, dopo tanto dhal per il corpo!
Evidentemente le camminate spezza-ginocchia di Langtang non mi sono bastate. Ieri mi sono accordata con una guida locale per essere accompagnata a Sarangkhot.
Si sale a circa 1600 metri, percorrendo una scalinata molto regolare, ben tenuta, fino al belvedere, dal quale si ammira la catena dell’Annapurna. Ci sono anche i resti di un forte, khot in nepalese.



Sulla via del ritorno, dal versante nord, mi si accostano i maestri di una scuola elementare, per chiedermi se desidero contribuire finanziariamente a sostenere la scuola, che non riceve soldi dallo stato. Lascio 200 rupie, perfettamente conscia dell’inutilità dell’atto.
Kahun Danda si trova ad est del bazaar di Pokhara. In nepalese danda significa catena montuosa.
Prendiamo il bus fino a Mahendra Pul, attraversiamo Phulbari e saliamo da lì sino in cima. Qui ci sono i resti di un torrione fortificato, abitato da milioni di mosche.
“Flies guest house!” mi dice la guida. Battuta sua o l’ha sentita da qualche straniero da lui accompagnato qui precedentemente?

 
17 agosto Mahendra Gufa

Si trova a nord di Pokhara. Prendiamo il solito bus, camminiamo l’ultimo pezzo sotto una pioggia torrenziale.
Alla ‘biglietteria’ tentano di imporci una guida per l’interno delle grotte. Marcello, il mio compagno di sventura romano, sta per cedere, ma io, da quello che ho letto sulla Rough Guide (una delle 4 guide che mi porto sempre dietro), non ritengo ce ne sia bisogno. Dovrebbe essere una grotta piccola. Infatti: quasi non crediamo ai nostri occhi che un ‘buco’, così piccolo e brutto possa essere consigliato da una guida.
Piove a dirotto anche dentro. La cavità amplifica una mia terribile imprecazione quando scivolo sulla terra umida. Mi rendo ora conto di quanta paura mi sia rimasta dentro dopo le due terribili cadute, che avrebbero potuto avere conseguenze funeste, durante il trekking.

Leggo più accuratamente la Rough Guide: queste grotte erano molto famose per le loro limestone stalactites, che però sono state tutte portate via dai vandali. C’è un’altra grotta qui vicino, ma, dice sempre la guida, è più pericolosa, per ‘serious spelunkers only’. Lasciamo perdere!
Sono più interessata ad andare a Batulechaur, ad un chilometro da qui, villaggio famoso per i suoi ‘gaines’. Sono menestrelli che, accompagnandosi con il saranghi, cantano serenate alle cerimonie.
Un ragazzotto locale ci accompagna ad una casa con piccolo porticato. Esce fuori il capofamiglia, con strumento in mano. In pochi minuti, una folla canterina di donne e uomini, vecchi e giovani si raduna intorno a noi. Comincio a subodorare il peggio e lo dico a Marcello. Poiché, ormai, dopo tanti viaggi in Asia, Africa e Sud America ‘conosco – come si suol dire – i miei polli’, dico alla nostra guida locale che noi non abbiamo poi intenzione di pagare una grossa cifra per le loro canzoni. Questo anche perché lui continua a ripetere e sottolineare che il padrone di casa va spesso a suonare negli alberghi di Lakeside (compreso il Fish Tail, $ 150 a notte, non so se mi spiego!) ed è molto apprezzato.

Poiché tutti i nepalesi hanno ben fissa in testa l’idea che i turisti sono tutti ricchissimi, spesso ci si trova davanti a richieste di soldi, che sarebbero ridicole, se non fossero in realtà molto serie. Nonostante questa mia precisazione, la richiesta finale è di $ 30.
“D’accordo – rispondo io con molta calma ed il sorriso sulle labbra – dovete però considerare anche il costo della mia prestazione, che è di 20 dollari. Vi dò perciò la differenza, che è di $ 10” . Detto questo gli consegno il biglietto, mi rimetto con molta dignità le scarpe e me ne vado. Poiché mi era capitato più volte in Nepal di partecipare a coretti familiari, avevo preparato infatti un repertorio di canzoni in parte tradotte in hindi o nepali, cantate anche in questa occasione.
Prima di rientrare in hotel, siamo andati a vedere la cascata chiamata Fadke o Devin’s (David’s Falls in inglese), a circa due chilometri a sud dell’aeroporto. David è il nome di un turista che ci è caduto dentro con la sua ragazza, ti dicono qui.
E’ un fiume sotterraneo che emerge poco prima di gettarsi in un altro, e nel punto in cui c’è la cascata si inabissa in un buco nel terreno, in cui scompare. Questa cascata è vicina ad un campo di rifugiati tibetani: da qui partono la mattina le donne, che ossessivamente, tutto il giorno, perseguitano i turisti con offerte di prodotti da comperare.
Il villaggio si chiama Tashiling Tibetan e – sorpresa - ai telai ci sono molte donne nepalesi e anche dei bambini. Quando si tratta di rifilare a persone meno fortunate i lavori noiosi, faticosi o sgradevoli, tutto il mondo è paese!
 

18 agosto Tomato shampoo

Ebbene sì: la giornata di oggi ha segnato la fine contemporanea del mio ombrello e delle scarpe da ginnastica. L’ombrello è stato un fedele compagno di viaggio per 15 anni, riparandomi, di volta in volta, dai monsoni thailandesi, dai temporali russi, dalle pioggerelle inglesi…
Le scarpe, comperate a Genova 10 anni fa, mi hanno accompagnata un po’ in tutti i continenti. Benché siano ormai a pezzi, Prem, la mia guida nepalese, mi ha chiesto di dargliele. Lui le ricucirà, mi dice, e le porterà ancora. In effetti, quelle che ha nei piedi in questo momento sono molto più sfondate delle mie! Poiché è l’unico paio di scarpe che ho, prima di darle via me ne devo procurare delle altre. Ho visto alcuni negozi di articoli sportivi vicino alla bus station. Così mi faccio dare la bici da Govindan e ci vado. Oggi c’è un discreto vento che, insieme alla strada in salita ed al peso di questa bici indiana, mi fa arrivare ansante al negozio.
Compero un ombrello cinese nero che si rompe due ore dopo e un paio di Adidas (saranno autentiche? In Italia costerebbero 4 volte tanto), e, ormai preda di un raptus consumistico, compero una confezione di 12 anelli di spugna per i capelli. Poi, trasformando la giornata di oggi in uno shopping day, mi metto alla ricerca del Timotei shampoo, inglese, ideale per i miei capelli. Mentre a Katmandu esso è facilmente reperibile, qui il trovarlo ha l’aria di non essere cosa facile, dato che l’ho già cercato nei giorni precedenti senza fortuna. E, più o meno nel quinto negozio in cui entro a domandare: “Do you have Timotei shampoo?”, lo shopkeeper, di rimando, mi chiede: “You want a tomato shampoo?”, senza minimamente scomporsi. Fatico a trattenere il riso, penso che lui, ormai assuefatto alle richieste più strane da parte dei turisti, stia già pensando a come venire incontro alla mia. In realtà scoprirò poi che questo shampoo esiste davvero.
 

19 agosto

Una bilancia quasi elettronica… ovvero, l’arte di arrangiarsi
La solita donnina porta il carp fish allo Yeti restaurant. Quello che ha oggi pesa parecchi chili e lei ha un solo peso da un chilo per la sua vecchia bilancia. Allora raccoglie i sassi più grossi che trova per terra, li pesa, poi li usa come pesi aggiungendoli a quello regolare. Il pesce, secondo questo originale sistema di pesatura, è di poco più di 5 chili. Marcello ed io lo prenotiamo per pranzo grilled sicuri che ci arriverà cucinato allo stesso modo di ieri, quando lo abbiamo chiesto al vapore e del giorno precedente, in cui lo abbiamo chiesto al forno. I differenti modi di cucinarlo, infatti, esistono solo sul menù. In realtà arriva sempre cotto in umido, con sopra uno spesso strato di salsa, che invano abbiamo chiesto di non mettere.


 

20 agosto Sulla strada per Tansen

E’ una bellissima giornata di sole che valorizza il lussureggiante paesaggio. Sono l’unica straniera sul bus, nonostante questa sia una rotta turistica, in quanto questa strada collega Pokhara con Sunauli in India. Nessuno di questi turisti fa però la deviazione che dalla strada principale porta, dopo qualche chilometro, a Tansen. E questo, in fondo, è un bene, perché in questo modo la città è rimasta intatta, con la sua vita vera, autentica, non toccata dal turismo che tutto distrugge, tutto corrompe. Il pullman svolge anche servizio postale e questo non contribuisce certo ad accelerare la nostra media oraria che si aggira, credo, sui 30 chilometri orari. Appena arriviamo nei vari villaggi l’aiuto autista lancia fuori dal finestrino il sacco blu con la corrispondenza e prende al volo quello che gli viene lanciato dall’uomo che ci sta aspettando.
Dopo circa tre ore di viaggio, vedo lo stesso aiutante munirsi di un bastone. In genere serve loro per far spazio al pullman tra le greggi o le mandrie che sono sulla carreggiata. Ma qui l’impiego del bastone è un altro: lungo il percorso ci sono frotte di bambini che stanno andando a scuola e che si arrampicano agilmente sul tetto del bus per farsi scarrozzare gratis fino all’edificio scolastico che, stranamente, è fuori del paese. Sporgendosi dalla porta posteriore, l’aiuto autista li colpisce con la pertica, impedendo loro di salire.

A pomeriggio inoltrato, arriviamo a Tansen. L’hotel consigliato dalla Rough Guide è proprio sulla piazza che funge da bus station. Entro: il receptionist dorme profondamente. Provo a chiamarlo, a scuoterlo, ma non riesco a svegliarlo. Questa è una cosa che ho già sperimentato più volte in India: il sonno di questi orientali è una specie di coma, da cui è difficilissimo farli riemergere allo stato cosciente. Sto per rinunciarvi ed andare nell’altro hotel suggerito, che però è molto lontano dal paese e molto costoso, quando arriva una donna di mezz’età, grassa e paciosa, che mi tira di nuovo dentro per una manica.  Non parla una parola d’inglese, ma va a chiamare il proprietario di un negozio di scarpe che è sotto l’hotel e, un po’ a parole un po’ a segni, ci spieghiamo. Mi fanno vedere la stanza: è una delle più lerce che io abbia mai visto, in più rumorosa per i pullman che son proprio davanti. Decido però di restare e mai decisione fu più felice. In questo hotel, infatti, ho passato alcuni dei giorni più belli del mio soggiorno in Nepal. Tanto per cominciare, la signora grassa ed il bello addormentato, che ho scoperto chiamarsi Sid Lharta ed essere poi essere suo nipote, proprietari dell’hotel, si sono rivelate delle persone deliziose, molto sollecite ed amichevoli. Certo, la sporcizia è tanta, ma questo si spiega con il fatto che l’hotel è per nepalesi, non per turisti, ed i loro standard di pulizia sono quelli che sono…

Per fare un esempio: la camera accanto alla mia è occupata da una coppia sicuramente in viaggio di nozze, che la notte, quando il rumore dei pullman diminuisce provvedono a tenermi sveglia con rumori inconfondibili… Inoltre , si sono portati dietro, volenti o nolenti, una quindicina di componenti delle loro famiglie, dai 10 agli 80 anni, che si sono tutti accampati in un’unica stanza dall’altra parte del corridoio. Credo comunque che la privacy garantita in questo modo alla coppia sia una circostanza del tutto eccezionale nella vita di un nepalese… Dicevo della pulizia: ebbene, ho intravisto le stanze occupate da questi nepalesi e vi garantisco che lo spettacolo è disgustoso. Lo strato di rifiuti di ogni genere (bucce e torsoli di frutta, riso, avanzi di verdure e salse, cenere e mozziconi di sigarette, cartacce, betel masticati con relativi sputi…) copre con uno spesso strato il pavimento. E’ quindi comprensibile che, anche dopo che questa montagna di immondizia sia stata rimossa, le condizioni della stanza siano quelle che sono. Per non parlare delle lenzuola poi…
La sera, quando scendo nel ristorante, chi vi trovo? Ante Tokic, 23enne croato, arrivato qui in bici dal suo paese, attraversando la Grecia, la Turchia, l’Iran, l’Irak, il Pakistan e l’India. E’ ingegnere navale, alto quasi due metri.
Anche il fratello sta per lasciare il paese per andare a cercare fortuna negli Stati Uniti e hanno intenzione di ricongiungersi lì.
Passiamo insieme tre giorni: il primo, andiamo al Rani Ghat, il secondo sulle Shrinagar Hills, il terzo in visita all’ospedale missionario ed in giro per Tansen.
 

21 agosto

Finalmente ho trovato qualcuno che ha i miei ritmi. Alle 5,30 Ante ed io siamo già in strada, anche se è ancora buio. La piazza della bus station è animata, i tea shops sono aperti. Prendiamo un curd e beviamo un tè prima di metterci in marcia. La camminata è piacevolissima, in leggera discesa (finalmente!) il paesaggio circostante vario e bellissimo. Ci sono numerosi torrenti da attraversare: all’inizio, mi tolgo le scarpe e le calze e li attraverso a piedi nudi, per non bagnarmi, ma poi i corsi d’acqua diventano troppo frequenti e mi stufo di slacciare e riallacciare le stringhe, così ci cammino dentro con le scarpe e tutto. In genere l’acqua non arriva più su delle ginocchia, soltanto nell’attraversare l’affluente del Kali Ghandaki, all’arrivo, mi arriva alla vita.
Ne è valsa comunque la pena: questo enorme palazzo fatto costruire dall’ultimo Rana in stile neoclassico ed ora purtroppo in rovina è affascinante e il paesaggio attraversato per giungere sin qui, nel suo alternarsi di piante tropicali, risaie, cascate, piccoli villaggi, lo è altrettanto.


 
Immagino la fatica nel portare sin qui i materiali da costruzione, mi chiedo se sono arrivati per via fluviale. Un nepalese ci dice che, qualora fossimo interessati, tra qualche anno potremmo comperarlo, dato che saranno passati i cento anni richiesti dalla legge perché possa cambiare proprietà ed essere acquistato da un privato.
 

22 agosto

Una delle cose piacevoli del risveglio mattutino, che mi succede soltanto quando sono in vacanza, è quella di avere in mente una canzone, affiorata attraverso non so quali percorsi interiori. Stamane è la volta di As time goes by. Che la motivazione, anziché psicanalitica, stia nel fatto di aver visto ieri un nepalese tappato come Humphrey Bogart nel film Casablanca? Rappresentava una tale stonatura, che mi ha colpito non poco
Canticchiando questo bellissimo motivo, mi alzo. Sono le 4,45, fa freddo, fuori piove a dirotto. Faccio un giro per l’hotel, dormono ancora tutti. Ho bisogno della toilette, ma quella del mio piano non è agibile, perché la stanno ristrutturando. Vado allora al piano di sopra, ma tra il corridoio ed i servizi vi è una stanza occupata da nepalesi, che dormono ancora. Giù alla reception mi hanno detto di non farmi scrupolo di svegliarli, ma non mi oso. Andrei volentieri a bere un tè per scaldarmi, ma prima devo fare pipì.
Finalmente quelli che occupano la stanza si alzano, così vado in bagno e, subito dopo, al tea shop. La stazione dei bus è più animata che mai. Questa è anche l’ora in cui gli autisti dei vari pullman in partenza danno sfogo alla loro passione più sfrenata: quella di schiacciare l’acceleratore in modo da far girare il motore al massimo, con grande emissione di fumo e di rumore. Per sottrarmi a questa tortura, decido di approfittare di queste ore libere della mattinata (questo pomeriggio andrò con Tokic e Siddharta sulle Shrinagar Hills) per andare a visitare le Cottage Industries. Esse fanno parte di un progetto di aiuto straniero e, a giudicare dal cartello sullo stradone che le pubblicizza, sono state create di recente.
 
Il vedere da vicino qualcuno di questi progetti di cooperazione con i paesi in via di sviluppo è stato uno dei motivi del mio viaggio in Nepal. Avevo letto parecchie cose prima di partire, tra cui l’interessante libro di Charlie Pye-Smith Travels in Nepal – The sequestered Kingdom. Altre cose le ho lette alla British Library di Katmandu. Scoraggiante. Ecco gli obiettivi che i primi progetti americani si prefiggevano negli anni ’50:
1) Increase production of food, fibre and housing material (also to have an exportable surplus);
2) Elimination of disease;
3) School for all;
4) Sufficient roads to move agricultural and industrial products;
5) Hydro-electricity for enough light and irrigation;
6) Reforestation;
7) Landownership to the tiller;
8) Agricultural credit system;
9) Development of sense of unity, of love of liberty, respect of the individual.
 
Nessuno di questi, si direbbe, è stato raggiunto!
Tra i commenti riportati sotto c’è il seguente: “in a hindu society not only would life always be as it had been, but any attempt to interfere with the unchanging cycle of life would be sacrilegious”. Come primo ostacolo con cui fare i conti, non c’è male! In questa frase credo che siano sintetizzate le difficoltà, per una cultura in continuo cambiamento come la nostra, di rapportarsi in modo corretto e rispettoso con una cultura immobile come quella nepalese. Purtroppo gli interventi stranieri, anziché tener conto di questa situazione, si sono sovrapposti nonché imposti, con il risultato di aver spazzato via i loro valori e raggiunto risultati fallimentari. Basti pensare che molti di questi progetti, anziché incentivare delle attività, hanno creato una dipendenza economica, abituando i locali alla corresponsione di soldi, senza il corrispettivo di un lavoro.
Ecco perché in un altro libro interessante, ‘Foreign aid and Politics in Nepal’ scritto da Eugene Bramer Mihaly, il consuntivo dell’intervento straniero è il seguente:
“The impact of foreign aid has probably harmed rather than furthered Nepal’s long-range prospects for economic growth and political stability”.

Il capannone, sede di questo laboratorio tessile, è circondato da un giardino con piante e fiori. Entro nei locali degli uffici: sono vuoti, non c’è nessuno. Entro allora nel laboratorio vero e proprio: nel primo stanzone ci sono due telai coperti di ragnatele. Nel secondo stanzone c’è un uomo in un angolo, che tesse usando una ruota di bicicletta. Per il resto, il locale è completamente vuoto. foto industries Provo a rivolgergli qualche domanda, ma non parla inglese. Dopo un’ultima occhiata a questo stanzone sporco, polveroso e pieno di ragnatele, me ne vado.
La cosa assurda è che tutt’intorno a questo monumento allo spreco ferve il lavoro ai telai: ogni bugigattolo ne ospita almeno uno, piccolo, montato su una ruota di bici. A Tansen si produce il tessuto usato per fare i topis, i copricapi nepalesi a forma di bustina. Perché l’aid project, organizzato come cooperativa non ha funzionato, mentre queste piccole boite dove si lavora sotto padrone sono attivissime?
Torno in albergo e, all’improvviso, mi sento male. Il cuore perde colpi, sento un gelo nelle ossa.
Se la mia ultima ora è giunta, devo dire che dimostra un tempismo eccezionale. Alla bus station è infatti in corso un funerale, basterebbe procurare una seconda bara. E’ un funerale comunista, con molte bandiere rosse. La cassa viene issata sul tetto del bus, i compagni prendono posto dentro il pullman. Temo che la persona deceduta possa essere uno degli hunger strikers accampati qui dietro l’hotel. Ne ho incontrati in altre città e villaggi del paese di questi gruppi che fanno lo sciopero della fame. E’ l’ultima risorsa a cui ricorrono questi civil servants per protestare contro le paghe ‘da fame’, è il caso di dirlo, che il Governo gli dà.

Ma torniamo al funerale: chiedo informazioni a Siddharta, è possibile che uno degli scioperanti sia morto? “Maybe” risponde lui, con la sua solita flemma. E continua, imperturbabile, a mangiare il suo panino.
Mi metto a letto, coprendomi con la panchmina che ho comperato qui e con la sporchissima trapunta. Questa è talmente puzzolente che se il malore non mi passa in fretta, morirò asfissiata. Per il momento, mi provoca intorpidimento e prendo sonno.
Mi sveglio a mezzogiorno, fuori c’è un bel sole. Vado a cercare Ante e Siddharta e partiamo per le Shrinagar Hills. Prima però, Ante vuole bere la sua consueta razione giornaliera di siero di latte.
C’è una brezza deliziosa, che mi fa rivivere. Ci sediamo per un po’ all’ombra dei pini. Arrivano due ragazzi nepalesi, con la divisa scolastica e si siedono vicino a noi. Cominciano a parlare, facciamo loro delle domande, ma il loro inglese è molto povero. Mi mostrano i libri su cui studiano questa lingua. Sono testi che presuppongono un’ottima conoscenza dell’inglese: vi sono brani di letteratura, di analisi sociale, di storia, seguiti da domande molto impegnative, a cui si deve rispondere anche per scritto. Chiedo loro chi ha completato le risposte e loro mi dicono loro stessi. Non gli credo: la maggior parte dei nepalesi acquista libri scolastici di seconda mano ed è l’unico modo per spiegare la discrepanza fra la loro conoscenza dell’inglese, veramente minima, e quella richiesta per essere in grado di rispondere a quelle domande.

Ci rimettiamo in marcia. Queste colline, un tempo ricoperte di alberi, sono ora quasi completamente brulle, fatta eccezione per alcune pinete. Purtroppo, l’altissima crescita demografica del Nepal, porta ad uno sfruttamento intensivo di tutte le risorse del paese, in primo luogo del legname. Se non sarà attuata una reforestation su larga scala, nel giro di qualche anno il danno sarà irreparabile.
Attraversiamo un minuscolo villaggio. In una delle case, c’è una donna anziana che tesse a mano e a ‘piede’ (visto che usa l’alluce del piede destro per tenere teso l’ordito), quelle strisce che loro applicano alle ceste per trasportarle ‘appese’ alla fronte. Per 10 rupie ne compero due, hanno dei colori bellissimi, le unirò per farci una cintura.
 
Poco più oltre avvertiamo un profumo delizioso: una donna sta cucinando dei funghi per i suoi familiari. Sprezzanti del pericolo, Tokic ed io facciamo chiedere alla donna da Siddharta se possiamo averne tre piccole porzioni. Lei acconsente sorridendo. Ed io sono sempre più conquistata da questa gente semplice e gentile, che accoglie ed esaudisce con un sorriso le ‘strane’ richieste dei forestieri. Quanti di noi italiani farebbero altrettanto verso gli stranieri?
A dispetto del loro colore, che è quello che da noi hanno i funghi velenosi, il sapore è buonissimo. E, dopo tanto riso e lenticchie, li apprezzo ancora di più.
Stiamo per ripartire, quando arriva un nepalese che ha qualcosa di militaresco nella camminata. Gli faccio chiedere da Siddharta se è stato nei Gurkha.
“Sì - risponde sorpreso - come ho fatto ad indovinarlo?”.
Scopro poco dopo che è ubriaco fradicio di chang, cosa che non pregiudica assolutamente il suo senso dell’equilibrio nel muoversi e camminare su questo terreno accidentato. Non pago di tutto l’alcool che ha già tracannato, ne chiede un altro bicchiere ad una donna che gestisce una specie di tea-shop.
“Lei non potrebbe darmelo – mi dice con fare furtivo – è illegale!”. E mi fa promettere di non fare parola con nessuno di quello che ho visto.
Devo ammettere di essermi un po’ divertita alle spalle di quest’uomo. Poiché è rimasto impressionato dal fatto che ho indovinato il suo passato e poiché non è completamente in sé, ho sempre risposto alle sue domande in modo paradossale, con voluta esagerazione.

Quando mi ha chiesto l’età, ho risposto di avere 75 anni. “Come è possibile – rispondeva lui – se mia moglie qui ne ha 35 e ne dimostra molti più di te?”.
Gli ho fatto allora credere che era grazie alle mie arti magiche se mi mantenevo giovane. In un paese come il Nepal dove la magia ha così grande spazio nella vita quotidiana, non è difficile far credere una cosa simile.
“Perché non usi allora le tue arti magiche su mia moglie e la fai ringiovanire un po’?” mi chiede. “La mia potenza magica ha dei precisi limiti territoriali, purtroppo – gli rispondo – fuori dei confini del mio paese gli spiriti buoni che mi aiutano non hanno potere”.
Arriva un grosso gruppo di nepalesi, uomini e donne, carichi come muli di sacchi di riso e sale. Decidiamo di aggregarci a loro, andiamo nella stessa direzione. Quando sono costretti a fermarsi, stremati dalla fatica, per riprendere fiato, ci guardano in viso ed i loro lineamenti, contratti dalla fatica, si distendono in un meraviglioso sorriso, quasi a scusarsi del loro limite.

Sono ormai tre ore che siamo in marcia e decidiamo di tornare. Mi fermo a fotografare delle bellissime tombe in pietra lavorata, di stile anglosassone. Cimitero per stranieri o per nepalesi ricchi con manie occidentali? A Tansen, Tokic va a ritirare una enorme bandiera croata, da lui commissionata ad un atelier di artisti locali. Ha intenzione di usarla per le foto che si farà scattare nelle diverse tappe del suo viaggio intorno al mondo.
Oggi andiamo all’Ospedale Missionario United Mission. E’ piuttosto lontano dal paese, in una bellissima valle e la strada per arrivarvi attraversa un paesaggio vario ed interessante. Vorrei tanto riuscire a rendere l’idea, ma solo i grandi scrittori possono cimentarsi nel compito di ricreare le emozioni che dà la vista di un paesaggio.
E’ questa l’ora in cui i bambini escono da scuola: alcuni di loro, più grandicelli, si sono arrampicati sui rami più alti di un albero che si protende sullo strapiombo. Tento di convincerli a scendere, ma loro, per tutta risposta, mi lanciano ridendo un ramo carico di frutti simili alle nostre ciliegie, ma molto più acidule ed amare.
Incrociamo delle mandrie di mucche che tornano alla stalla per essere munte e delle donne che portano nelle bacinelle issate sul capo i panni lavati alla fonte.

Arriviamo all’ospedale. Fuori c’è una ressa terribile, dovuta al fatto che per ogni nepalese ricoverato, ci sono in media venti parenti che stazionano nelle vicinanze. Per solidarietà, certo, ma anche per scambiare con i conoscenti le ultime notizie, per combinare matrimoni ed affari. E’ anche questa un’occasione sociale importante!
Entriamo e, mentre Ante chiede di parlare con il direttore per chiedergli se c’è qualche lavoretto per lui, io cerco qualcuno dei medici europei. Mi indirizzano dalla dott.ssa Alison, irlandese. E’ impegnatissima, ma risponde con cortesia alle mie domande. Le chiedo quali siano le malattie più comuni che loro si trovano a dover curare. “Gastroenteriti – mi risponde – tubercolosi e fratture”. Queste malattie mi sembrano uno specchio fedele delle condizioni in cui sono costretti a vivere i nepalesi. Per fortuna ci sono ospedali come questo, che in questi giorni festeggia l'anniversario.
Poiché adesso Alison non può dedicarmi del tempo mi suggerisce di attenderla nella guest house dell’ospedale, bevendo un tè, ma Ante, deluso perché non ha trovato lavoro, vuole andare via. Ma che lavoro può mai esserci per lui, ingegnere navale, qui in mezzo ai bricchi?


24 agosto - Partenza da Tansen

Sveglia alle 5. Alle 5,30 sono alla bus station. Individuo il bus per Pokhara, ma è rotto.
Adotto l’atteggiamento nazionale, che è quello di attendere. Poiché alla biglietteria non sanno dire quanto l’attesa possa essere lunga, mi trasferisco anch’io al caffè, dove sono tutti gli altri passeggeri. Un nepalese piccolo, magro, che dimostra 18 anni, ma deve averne di più, visto che è un esperto agricolo, mi propone di andare con lui: la sua idea è di fare a piedi i 2 chilometri fino alla strada principale che viene da Bhutwal, ed aspettare lì il primo autobus, che non dovrebbero tardare molto. Controllo l’informazione con un americano che si trova per caso alla bus station. Lui conferma essere una buona idea, è quello che farebbe anche lui. Ci buttiamo allora giù per il sentiero più scosceso, scivoloso, difficile, che nei miei ormai due mesi di camminate in Nepal mi sia capitato di trovare. Riesco a mantenermi in piedi solo perché procedo molto adagio e con cautela. Alcune donne nepalesi, a piedi nudi, mi sorpassano a destra ed a sinistra. Io osservo i loro piedi: sono molto diversi dai nostri, praticamente sono a triangolo, molto larghi davanti, con dita robuste e prensili, che fanno buona presa sul terreno. Noi, con i nostri piedini di burro, frutto di una ‘evoluzione’ (o involuzione?) verso la ‘civiltà’, ce lo sognamo di tener loro dietro!
Il mio cavaliere nepalese cammina a mezzo metro davanti a me, girato indietro e pronto a fare un ‘placcaggio’ nel caso dovessi scivolare.
Quando stiamo per arrivare alla strada principale, sento il rumore di un motore. Sembra quello di un camion o di un pullman. Poiché Oman non fa nessun gesto di accelerare l’andatura, “Presto! – gli urlo – corri giù in strada a vedere se è il nostro bus!”. Lui, in quattro balzi, è in strada. E’ proprio il nostro pullman, naturalmente strapieno. Ma la gentilezza del mio compagno di viaggio e di sventure è tale che, prima di scendere, (lui scende dopo neanche un’ora di viaggio) si informa presso vari passeggeri seduti, dove siano diretti. Poi, mi indica quello che scenderà per primo, suggerendomi di stare in piedi accanto al suo sedile, pronta ad occuparlo quando lui si alza.
Mi guardo intorno: il bus è la solita ammucchiata di scolari con cartelle della stessa foggia della mia quando andavo alle elementari, donne che allattano, uomini con sacchi e merce varia appena comprata o da vendere.
Alla stessa stazione in cui io riesco a sedermi, sale una persona che, nonostante lo scrutinio a cui l’ho sottoposta nel corso del viaggio, non ho capito se è un ragazzo o una ragazza. Somiglia in modo straordinario al Bacco del Caravaggio, il viso pienotto ed i capelli neri a caschetto. E’ handicappata, parla con molta difficoltà, chiede soldi a tutti. Una donna anziana, comincia a prenderla in giro.
Di lì a poco, tutto il pullman ride di lei. Lei reagisce come può, facendo l’espressione minacciosa e colpendo con pugni non forti le persone che la  deridono. Questo la fa diventare ancora di più bersaglio degli sberleffi: tutti evitano ridendo i suoi pugni e, ridendo, fingono di restituirglieli, per provocarla maggiormente. Dopo poco più di un’ora, questa persona, a cui non era stato chiesto di pagare il biglietto, scende, senza apparente motivo. Probabilmente è scesa per sottrarsi allo scherno, ma alla fermata si guarda intorno spaesata. Si vede che questa fermata od un’altra, per lei non fanno differenza, tanto non ha un posto dove andare o qualcuno che l’aspetti, che si prenda cura di lei. E’ stata probabilmente abbandonata dai genitori, come succede ai figli, specialmente se handicappati, di famiglie povere. Spesso è la legge della giungla: chi non è in grado di darsi da fare a provvedere al proprio sostentamento e non pesare sulla famiglia sin da piccolo, viene abbandonato al suo destino.
 

 

Celebrazione del Festival della mucca.
Il festival della mucca, chiamato ‘Gai Jatra’ in nepalese, è dedicato a tutti quelli che sono morti l’anno precedente. Gli indu credono che una mucca li guiderà da Yama, il dio dell’aldilà e considerano un evento particolarmente fortunato il morire reggendo la coda di una mucca.
In questo giorno le mucche, decorate con corone di fiori, girano libere per le città e, quando esse non sono in numero sufficiente, i bambini vengono travestiti da bovini. Il festival ricorda anche un evento accaduto durante il regno di Pratap Malla. La regina era triste, avendo perso il figlio ed il re, offrì ricompense a chiunque fosse riuscito a farla sorridere. Il giorno seguente, una folla si recò a Palazzo Reale travestita nei modi più incredibili: la regina sorrise e, da allora, in quel giorno, tutti si travestono nei modi più strani.
Sono triste anch’io. Questo è il mio ultimo giorno qui, domani mattina presto c’è il volo verso Delhi, poi, quello per l’Italia. Namaste, Nepal, spero di tornare

TIPI incontrati in viaggio
 
Alla guest house Marco Polo, di Katmandu, c’è un universitario parigino con ambizioni da giornalista. E’ dotato di intraprendenza, a cui però non fa riscontro una sufficiente esperienza e grinta. E’ reduce da un ‘bidone’ ricevuto a Bangkok da un venditore di pietre preziose. A Katmandu la sfortuna si accanisce contro di lui. E’ affetto da diarrea da due settimane e ha finito tutte le medicine, che non sono servite a nulla.
Gli do’ le mie, che ugualmente non sortiscono nessun effetto. Gli consiglio una terapia naturale, a base di dosi massicce di limoni (nimbu), aglio, e argilla ventilata, che ho portato con me dall’Italia. Dopo due giorni, il peggio è passato. Ma i suoi guai non sono finiti. Il 12 luglio la Banque du Crédit Commercial fa bancarotta. Lui ha con sé soltanto traveller’s cheques di questa banca, che ora naturalmente nessuno vuole più. Passa giornate intere tra Ambasciata, Ufficio Immigrazione (il visto gli è scaduto), Banche e sede dei Telefoni Internazionali. Alla fine arriva ad un compromesso, la situazione si risolve e lui può partire per il suo trekking solitario sull’Annapurna.
A Pokhara, sto riaccompagnando alla stazione dei pullman Ante Tokic, il croato conosciuto a Tansen. Di ritorno da Katmandu, è passato a salutarmi. Mi viene incontro un giapponese in bici, dall’aria affannata. Si ferma, scende dalla bici, mi chiede se parlo francese, e, quando gli rispondo di sì, mi invita ad andare con lui dentro ad una agenzia di trekking, per aiutarlo a capire quello che gli viene detto, dato che lui non parla inglese. Vado, Ante mi aspetta fuori. Lui ha in mente un trekking breve, di 3-4 giorni, ma non ha la più pallida idea di un possibile itinerario e non conosce assolutamente nulla della geografia del Nepal. Io gli traduco i percorsi che il titolare dell’agenzia suggerisce di fare, lui sceglie il più breve, poi dice di dover tornare in hotel per prendere i soldi e pagare l’agenzia. Salta in bici e si allontana rapidamente. Sarà più tornato?
Al ristorante, sto osservando un guru indiano in compagnia di una ragazza occidentale. Ne ho già visti altri. Di solito, l’agreement è: lei paga le spese di hotel, ristorante, ecc… Lui, in cambio, le trasmette i profondi messaggi della filosofia orientale, che prevedono vita semplice e magari un po’ scomoda. Ma un conto è la teoria, un conto la pratica…
Questo guru ha un cappello di paglia con un’enorme tesa e beve il tè lasciando dentro la tazza sia la bustina sia il cucchiaino. Bere il tè in queste condizioni diventa un esercizio di alta acrobazia. Ma il guru non è forse una persona che è ormai al di là dei condizionamenti delle persone comuni?
Uno dei miei passatempi preferiti è quello di osservare la gente. Ecco perché nella città dove abito mi annoio molto: 40.000 conformisti non offrono materiale interessante per l’occhio. Ma qui a Katmandu non è così. Con Nima mi sto allenando a distinguere le persone a seconda del gruppo etnico a cui appartengono. Cosa tutt’altro che facile!
Jane ed Ibrahim hanno deciso di offrire una cena alla guida nepalese che li ha riportati indietro sani e salvi dall’Annapurna Circuit. Vado anch’io, è la nostra ultima cena insieme. Scegliamo lo Utze, un ristorante tibetano. La guida ci dice che un mese fa, mentre lui era sull’Annapurna, sua moglie ha dato alla luce un bambino.
“Come lo chiamerà?” gli chiedo. Non ci ha ancora pensato. Mi fa venire in mente mio padre, il quale, cinque minuti prima che mi battezzassero non sapeva ancora che nome mettermi. Non che mia madre avesse le idee più chiare, in quanto a quello. Narra la leggenda che sia stata una suora a fare la scelta. Il mio nome non mi è mai piaciuto, ma quando penso che quella suora avrebbe potuto avere un debole per nomi come Orsola, Veneranda, Adelaide o Ermelinda, mi considero fortunata!
Un’amica che è stata in Nepal 10 anni fa, mi racconta che si vedevano per strada lebbrosi con piaghe aperte e carni sanguinolente, che cadevano a pezzi in strada. Io non ne ho visti. Ho visto però malattie mai incontrate prima in altre parti del mondo.
In particolare ricordo, alla stazione dei bus a Pokhara, un uomo il cui viso non era ormai altro che un ammasso di concrescenze carnose. Al posto del naso, degli occhi, della bocca c’erano sfere di carne grosse come una palla da golf. All’altezza della bocca, un buco che gli era stato praticato in queste montagnole di carne per permettergli di alimentarsi. Era guidato da un ragazzo e chiedeva l’elemosina.
Ho anche dovuto imparare a controllare le mie reazioni espressive di fronte a deformazioni inaspettate. Una volta, mentre eravano al ristorante a Pokhara e stavamo consultando il menu che un ragazzo ci aveva portato, si è avvicinata al nostro tavolo una donna. Quando ho alzato gli occhi, ho visto che il suo viso era orrendamente deformato dal labbro leporino.
La fessura, dal naso al labbro superiore, era larga come non ne avevo mai viste né immaginate prima.
Spesso mi tornano alla mente i mendicanti di Katmandu ed i bimbi abbandonati, che vivono in strada, vicino ai depositi dell’immondizia.
Ricordo il paralitico che stava davanti all’Immigration Office, punto di passaggio di molti turisti. Veniva portato la mattina verso le nove e sdraiato per terra – le sue gambe erano completamente atrofizzate – con un ombrello sistemato sulla testa per proteggerlo dal sole e pioggia. Gli veniva dato uno strumento a percussione, un tamburello con manico e due tappi in cima a delle stringhe. Per tutto il giorno lui ruotava questo tamburello, accelerando il movimento ogni volta che arrivava un turista.
 

Pokhara – Litigio alla guest house

Ore 15: sono a letto e sto sonnecchiando, per ritemprarmi un po’ dalla camminata di ieri a Mehendra Gufa. All’improvviso, porte sbattute da far tremare tutta la casa, urla, insulti pesantissimi, cose lanciate dalle finestre del primo piano in cortile (la mia stanza è a piano terra). Che succede? Esco a vedere: la coppia di Como sta avendo un “piccolo” alterco. Insulti pesantissimi vengono lanciati da entrambe le parti, lei cerca di chiudere fuori dalla stanza lui, lui è deciso a buttar giù la porta. Com’è tipico in Nepal, nel giro di cinque minuti c’è qualche centinaio di persone tutt’intorno che assiste divertita ed incuriosita all’inatteso spettacolo. Govindan, il proprietario della guest house è verde, sia perché teme dei danni all’edificio ed al mobilio, sia per il fatto di trovarsi sulla bocca di tutti. Chi non è stato in Nepal non ha idea di che cosa significhi in questo paese “l’interessarsi ai fatti altrui”. Basti dire che quello stesso pomeriggio, quando, per sottrarmi allo sconcio di quello spettacolo ho deciso di fare un giro in paese, decine di persone, mai viste né conosciute, mi fermavano per sapere che cosa fosse successo quel pomeriggio alla guest house.
Quando sono tornata, la sera, le acque si erano placate. Bilancio dei danni: passaporto di lei fatto a pezzi, occhiali di lui ridotti in frantumi. Questi i danni meno facilmente riparabili, poi ce n’erano altri. Sono state assegnate loro stanze separate, visto che non hanno voluto saperne di accettare l’invito di Govindan ad andarsene. Il bello è che due giorni dopo andavano nuovamente d’amore e d’accordo!
Nella guest house di fianco alla mia c’è un afgano biondissimo e con gli occhi azzurri. Ha grandi progetti per il futuro, vuole diventare un corrispondente dal Sud-est asiatico per qualche importante giornale tedesco. Attualmente vive con sua madre, separata dal marito, in Germania. E’ molto informato, non mi sembra spaccone. Ma gli piace troppo passare le serate a fumare hashish fino a tardi e la mattina dorme sino a mezzogiorno.
Il giorno in cui io sono partita da Pokhara, lui avrebbe dovuto prendere il pullman con me, diretto a Katmandu ma, come al solito, è rimasto addormentato e l’ha perso. Non gli devono far difetto i soldi, se li può sprecare così. Il biglietto per Katmandu costa 100 rupie!
In una guest house lontana dal paese, situata in un posto molto bello, sul lago, molto economica, ma che ha il difetto di avere le stanze al piano terra, proprio sotto a quelle occupate da decine di galline, vive una coppia di inglesi del Devon. Sono molto mal messi, i vestiti piuttosto sporchini.
At home, mi dicono, vivono in una roulotte, parcheggiata in campagna. Si lavano nel torrente ed usano le candele per far luce. Qui, per risparmiare le rupie della guest house cercano in affitto una capanna da qualche Gurung (uno dei 30 gruppi etnici nepalesi), dall’altra parte del lago.


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